L'emigrazione (dal Sud) che il governo ignora

L'emigrazione (dal Sud) che il governo ignora
È vero che tutti i luoghi archetipi dello sviluppo economico moderno (dagli Usa al Giappone, dalla Francia alla Germania, dal Canada all'Inghilterra) hanno presentato anch'essi disomogeneità molto significative nella distribuzione territoriale delle risorse, dei redditi, degli indici di produttività e di quelli del consumo, delineando al proprio interno zone che producono opportunità e altre che predispongono all'esclusione. Ma in nessuna parte d'Europa e del mondo occidentale tali differenziazioni hanno avuto una durata plurisecolare così persistente, un'estensione così ampia e una popolazione tanto numerosa coinvolta. Secondo un ultimo rapporto degli uffici del Senato, il Sud d'Italia risulta essere oggi in Europa l'area depressa più grande per estensione territoriale, l'area depressa più popolata d'Europa con più di 20 milioni di abitanti coinvolti. In genere le aree depresse mostrano il loro disagio attraverso più fattori: elevata presenza di famiglie sotto la soglia di povertà, il bassissimo tasso di occupazione, i numeri sempre più elevati di persone che emigrano.

Questi dati il nostro Sud abbina la presenza di ben quattro organizzazioni mafiose tra le più agguerrite nel panorama internazionale. E un livello di servizi pubblici scadentissimo. Cose che in genere non si abbinano ad altre zone in difficoltà all'interno di nazioni sviluppate, dove non è automatico che a carenze di opportunità si abbinino necessariamente povertà e criminalità.

Per fare fronte ai problemi posti da questa storica, estesa e popolosa area depressa d'Europa, il governo attuale propone il reddito di cittadinanza, anche se in misura sperimentale e ridotta rispetto alla iniziale idea dei Cinquestelle. Cioè, la forza politica che ha ricevuto un plebiscito elettorale proprio in questa parte del paese, che ha una forza parlamentare predominante, che ha come vice-premier un meridionale e al ministero del Mezzogiorno una propria esponente, ritiene che per far fuoriuscire dai suoi problemi la più grande area depressa del continente basta sostenere il reddito dei meno abbienti con un sussidio pubblico. Non risulta infatti che il dibattito sul Mezzogiorno d'Italia tra i Cinquestelle si estenda al di là di questa proposta e di questo recinto. Mentre molto più ampio il ventaglio delle proposte su cui è evidente l'egemonia degli alleati leghisti, dalla pace fiscale alla diminuzione delle tasse, dalla paura degli immigrati alla revisione delle pensioni.

Considerando dal punto di vista del Sud la situazione politica attuale (e le proposte in campo) sembra prevalere una certa superficialità di sguardo: l'Italia di oggi non è solo un paese di immigrazione di disperati, ma anche una nazione dalle forti emigrazioni interne e con una preoccupante ripresa di emigrazione verso l'estero. Ma le due contemporanee emergenze non trovano pari attenzione nel dibattito politico e tra le misure da adottare. La questione dell'emigrazione interna dei meridionali non è diventata importante politicamente quanto quella dell'immigrazione. I Cinquestelle potevano farlo avendo ricevuto un plebiscito elettorale dai luoghi da cui si va via, ma la loro visione del Sud è monopolizzata dal reddito di cittadinanza e per questo motivo è assolutamente parziale. Infatti, come più volte ricordato, le proposte dei Cinquestelle non offrono nessuna risposta alla questione dell'emigrazione meridionale nei termini nuovi in cui oggi si ripropone.

Secondo un recente studio pubblicato su La rivista delle politiche sociali (n.4, 2017) da Stefano Boffo e Enrico Pugliese, nei primi quindici anni del nuovo secolo (2000/2015) sono emigrati dal Mezzogiorno un milione e settecentomila persone. Di questi emigranti meridionali, il 72% ha un'età tra i 15 e i 34 anni, e ben il 28% ha una laurea in tasca. È vero che molti sono rientrati (quasi un milione) ma si tratta di una perdita netta di ben 716 mila unità che hanno lascito definitivamente le loro terre. Ora vediamo alcuni dati relativi agli sbarchi di immigrati sulle coste meridionali: 180.000 nel 2016, 119.000 nel 2017, e confrontiamoli con quelli degli emigranti meridionali: dal Sud sono andati via altre centomila persone solo tra il 2015 e il 2016. Insomma, sulle coste meridionali arrivano persone da atri continenti (anche se poi la maggior parte abbandona presto il luogo dov'è sbarcato) mentre dagli stessi posti emigrano contemporaneamente migliaia di persone. Come mai l'interesse, le preoccupazioni e le decisioni riguardano solo gli arrivi di immigrati e non le partenze degli emigranti?

Stiamo assistendo alla terza ondata migratoria di massa dal Mezzogiorno d'Italia nel giro di poco più di un secolo. A fine Ottocento partivano le famiglie, negli anni cinquanta e sessanta del Novecento i padri, oggi partono i figli. Vanno via le risorse umane più fresche, più giovani, più acculturate e formate del Mezzogiorno. Certo, non è molto corretto confrontare la condizione di chi fugge dalle proprie terre per guerre, per carestie, per miseria, per persecuzione della propria etnia, con chi va via dai propri luoghi solo per provare a realizzare le aspirazioni lavorative non altrimenti realizzabili nei luoghi in cui si è nati. Non è neanche lontanamente possibile mettere sullo stesso piano chi emigra affrontando il rischio della morte in mare e chi prende un bus, un'auto o un treno (spesso ad alta velocità) per trasferirsi lontano, ma sempre all'interno della propria nazione.

Ma c'è un aspetto singolare che deve far riflettere sull'emigrazione meridionale: quella dal Sud d'Italia non produce una ricchezza compensativa. Infatti, a causa dei livelli retributivi per lo più bassi che normalmente si percepiscono nelle regioni di arrivo, e a causa della precarietà dei lavori in cui si è impegnati, questa emigrazione ha un costo economico per chi resta, spesso pesante. Le famiglie sono costrette a finanziarla, almeno in parte. Quindi, per dirla in breve, i costi di questa emigrazione superano i ricavi sia per chi parte sia per chi resta.

E resta inspiegabile perché di questa emigrazione nessuna forza politica si vuole occupare. Oltretutto lo slogan aiutiamoli a casa loro la Lega non lo considera adatto ai meridionali, visto che negli anni scorsi ha ostacolato in tutti i modi la ripresa di una politica pubblica per il Sud d'Italia.

 
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Lunedì 1 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 18:14