L'equilibrio dei conti pubblici non è un optional

L'equilibrio dei conti pubblici non è un optional
Non sappiamo ancora le coperture del disegno legge di bilancio, e non lo sapremo finché non sarà scritto e sarà iniziato l’esame parlamentare. L’unica cosa che sappiamo è che in Costituzione, a cui è subordinata ogni legge, esiste un articolo (l’81) che da qualche anno, dopo una riforma approvata a larga maggioranza, impone l’equilibrio dei conti pubblici.

In altre parole, è vietato il ricorso all'indebitamento come modalità ordinaria di trovare le risorse. C'è una spiegazione, però, se nessuno se lo ricorda. Né di Maio e Salvini, né Conte e Tria, né l'opinione pubblica e i suoi custodi, nemmeno ora che è in ballo una manovra che è nulla più e nulla meno di una scommessa a debito per un valore di 30 miliardi.

Sei anni fa, quando l'articolo 81 venne proposto, fu sottoposto a un coro di attacchi. Rappresentava, per gli epigoni dello Stato sociale e solidale, il simbolo e lo strumento principe dell'austerità nostrana. Per gli epigoni della sovranità nazionale, era invece il chiaro segnale della accondiscendenza allo straniero di stanza a Bruxelles. Per gli uni e gli altri, il rigore del bilancio non avrebbe avuto più pietà dei bisogni delle persone, per colpa dei falchi d'Europa. Si scelse allora la via mediana e mediocre: stigmatizzare ma non troppo l'indebitamento; dire chiaro che indebitarsi vuol dire caricare sul futuro l'onere di ripagare spese anche dissennate, ma non dirlo forte.

Mal ne incoglie oggi a tutti se ci tocca raccogliere i frutti maturi delle idee antiausterity e antieuropee di allora. Da quelle idee, entrato dalla porta l'obbligo di pareggio, uscì dalla finestra solo la speranza dell'equilibrio. Restò il titolo della riforma «pareggio di bilancio», ma la versione definitiva dell'art. 81 chiede in realtà un equilibrio nel medio termine e consente al parlamento, a maggioranza assoluta, di ricorrere all'indebitamento per motivi eccezionali, in caso di fasi avverse del ciclo economico. I vincoli, dunque, all'indebitamento, sono due: una maggioranza rinforzata e la dimostrazione di versare nelle condizioni necessarie. Non sarà difficile per il governo giallo-verde avere i numeri per raggiungere il 50% più uno dei voti necessari, né lo sarà dimostrare apoditticamente la presenza di motivi eccezionali, considerando gli effetti del ciclo economico. Basterà scriverlo, senza darne troppa spiegazione, nella relazione illustrativa del disegno di legge.

A quali fili possiamo quindi tenere appesa la speranza che l'art. 81 sia preso nella giusta considerazione che merita una norma costituzionale? Chi potrebbe, all'infuori della maggioranza parlamentare, obiettare il mancato rispetto dei vincoli dell'articolo 81?

Si potrebbe ipotizzare che la Corte dei conti, in occasione del controllo preventivo di legittimità del primo decreto attuativo della legge, provi a investire la Corte costituzionale della questione. A quel punto, la Consulta potrebbe valorizzare le pur ambigue novità contenute nella riforma dell'articolo 81. Prima ancora, potrebbe farlo il presidente della Repubblica, rinviando la legge di bilancio alle Camere prima della promulgazione. Non sarebbe un gesto vincolante, specie per un governo che dello scarso senso delle istituzioni fa un motivo di vanto. Ma sarebbe un gesto significativo, e perciò forse ancor più importante di un eventuale attivazione della Corte dei conti.

Il richiamo all'equilibrio dei conti, già pronunciato informalmente da Mattarella tre giorni fa, è un primo passo per cambiare il modo di spiegare gli effetti di questa manovra. Anche laddove il Parlamento e il governo non volessero prendere sul serio i moniti e le indicazioni di Mattarella, c'è sempre la speranza che cominci a farlo qualche testa in più tra gli elettori. A cominciare, magari, dai tanti giovani che non hanno ancora chiare le conseguenze nefaste di una scommessa a debito, in un paese dove a crescere è solo quest'ultimo.

 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Martedì 2 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 14:24