L'onomastica, l'arte di dare i nomi che ne fa vedere di tutti i colori

Elaborazione fotografica di Max Frigione
Di mestiere faccio il linguista. Il «Messaggero» del 23 maggio dedica un’intera pagina a discutere «lo strano caso delle bambine chiamate Blu». Ecco di cosa si tratta. In diverse città italiane, alcuni genitori decidono di chiamare la propria figlia Blu, forse imitando la scelta di una famosa coppia straniera, la cantante e ballerina Beyoncé e il produttore discografico Jay-Z, che ha chiamato Blue Ivy la propria primogenita. A sei anni la bambinetta ha acquisito fama mondiale, apparizione dopo apparizione ha raggiunto una posizione prestigiosa nel mondo della musica e della moda, nel febbraio di quest’anno ha assistito ad una importante partita di pallacanestro del campionato statunitense sfoggiando una borsetta che costa, assicurano le cronache, 1820 dollari. Chissà se le hanno fatto uno sconto, considerata la fama del personaggio.

Torniamo alla situazione italiana. Una legge del 2000 prevede che «il nome imposto a un bambino deve corrispondere al sesso». Secondo alcune procure il nome Blu scelto per una bambina da genitori italiani non connota esplicitamente il genere. Da qui l’invito a integrare l’atto di nascita, anteponendo a quello indicato un altro nome che espliciti senza equivoci il sesso di chi lo porta.

Non mi occuperò della questione giuridica, non ho le competenze per giudicare se la prima scelta dei genitori può essere mantenuta com’è o se invece va integrata. Dal mio punto di vista so che la storia della lingua non detta prescrizioni rigide, aiuta a capire la natura di alcuni fenomeni del presente e del passato. Fatti in apparenza legati solo alle preferenze individuali si capiscono meglio se risultano inquadrati nel più generale contesto in cui operiamo. A questo scopo può aiutarci l’antroponomastica (o antroponimia), quel segmento della linguistica che studia specificamente i nomi propri di persona. La scelta di un nome rivela il nostro rapporto con il mondo. Può riflettere credenze religiose, adesione a culti, a riti, a ideologie; può risentire delle letture che facciamo e degli spettacoli che vediamo; può rifarsi a reminiscenze classiche e letterarie; può accogliere modelli rappresentati da personaggi a vario titolo famosi, ecc. A partire dai nomi propri in voga nei diversi ambienti e periodi riusciamo a ricostruire preferenze individuali e collettive. In questa prospettiva, lo studio dei nomi ci permette di capire le tendenze e i movimenti in atto in una determinata società.

In territori estesi e in località piccolissime. Alcuni decenni fa un riservato studioso salentino recentemente scomparso, Luciano Graziuso, studiò i dati ricavabili dal catasto onciario di Vernole, minuscolo centro della provincia di Lecce che all’epoca contava circa mille abitanti. I nomi più diffusi erano quelli dei santi, sia tradizionali e per così dire panitaliani (Giuseppe /-a, Antonio /-a, Vito /-a, Francesco /-a, Domenico /-a, Pasquale) sia più strettamente legati alla realtà locale (Oronzo /-a [patrono di Lecce], Anna [patrona di Vernole], Incoronata [alla Madonna Incoronata è dedicata una chiesa di quella località]), o connessi a ricorrenze devozionali (Carmine, Natalizia, Pasqua, Candelora). Non mancavano nomi laici esterni all’universo religioso, di matrice classica (Adriana, Aurelia, Fabio, Giulia, Lucrezia, Orazia, Porzia, Valeria) o, più raramente, letteraria (Angelica, Olimpia, Paladina). In questi ultimi casi non dobbiamo presupporre che una popolazione in maggioranza analfabeta abbia letto direttamente i grandi testi della letteratura classica o cortese. Dovremo limitarci a immaginare una trasmissione semisotterranea, orale e immemore della matrice originaria, di nomi divenuti semplice eco memoriale.

Le tendenze e le preferenze variano nel tempo. Il repertorio nominale italiano in voga negli anni ottanta del Novecento fu ricostruito dal glottologo e lessicografo Emidio De Felice, utilizzando gli elenchi degli abbonati al servizio telefonico. Si trattava di un campione per certi versi orientato (in quegli anni la diffusione del telefono era meno capillare rispetto ad oggi) ma ampio e sufficientemente rappresentativo. Il patrimonio onomastico nazionale mostrava una consistenza quantitativa di tutto rispetto (in Italia c’erano circa 10.000 nomi diversi) e una forte concentrazione dei nomi più frequenti. Un’altissima maggioranza di uomini e di donne, superiore al 90%, portava nomi di origine cristiana. Per gli uomini i dieci nomi più diffusi erano Giuseppe, Giovanni, Antonio, Mario, Luigi, Francesco, Angelo, Vincenzo, Pietro, Salvatore. Per le donne ai primi dieci posti si collocavano Maria, Anna, Giuseppina, Rosa, Angela, Giovanna, Teresa, Lucia, Carmela, Anna Maria. La distribuzione nel territorio nazionale non era uniforme. Al nord erano frequenti anche Sergio, Gino, Dino, al centro Elio, Maurizio, Walter, Amedeo, al sud Salvatore, Domenico, Pasquale, Nicola, specificamente in Sicilia Antonino, Calogero, Alfio. Anche per i nomi femminili si avevano specificità regionali. Al nord Daniela, Ornella, Loredana, Stefania, al centro Ines, Irma, Mirella, al sud Domenica, Annunziata, Santa e Nunzia, specificamente in Sicilia Agata, Rosalia, Carmela, Concetta.

Negli ultimi decenni la società è molto cambiata. Con il cambiare di gusti e mentalità anche il repertorio onomastico subisce una radicale rivoluzione quantitativa e qualitativa, nomi tradizionali vengono scalzati dall’insorgenza di nuovi nomi. La classifica cambia. Nel 2016 ai primi dieci posti abbiamo Francesco, Alessandro, Leonardo, Lorenzo, Mattia, Andrea, Gabriele, Matteo, Tommaso, Riccardo per gli uomini; Sofia, Aurora, Giulia, Emma, Giorgia, Martina, Alice, Greta, Ginevra, Anna per le donne. Il modello imperante privilegia l’effetto fonico, molti nomi (in particolare femminili) sono scelti per la loro suggestività e per la semantica evidente: Diva, Gioia, Gloria. Claudia attrae per la sua gradevolezza, indipendentemente dalle reminiscenze classiche e latineggianti. Le scelte privilegiano la brevità (Aura, Cinzia, Laura, Silvia), le metafore lusinghiere (Alba, Ambra, Gaia, Giada, Ilaria), i richiami esotici a volte espressi anche graficamente (Debora(h), Erika, Katia, Monica, Nadia, Natascia, Sara(h), Sheila, Tania, Ylenia).

Aumentano i nomi che evocano colori, alcuni presenti da tempo nella nostra lingua: Azzurra, Bianca (dal germ. blanka), Candida, Celeste, Fulvia, Rossana, Rossella; Amaranta, Rosa e Viola rinviano, insieme, al colore e al fiore. Più recenti sono Verde e, come ricordavamo all’inizio, Blu. Nella nostra lingua l’uscita in -e (come Verde) può andar bene sia per il maschile (il cane, il dente, il ponte) che per il femminile (la chiave, la gente, la fronte); l’uscita in -u (come Blu) in effetti non induce a pensare che si tratti di una bambina. Qui, più che il diritto, sarà l’uso a risolvere la questione («Che l’uso … sia maestro e regolatore de la lingua, lo sa ognuno», scriveva Annibal Caro). Se si moltiplicheranno i casi in cui questo nome verrà assegnato a bambine, cesseranno le incertezze, il nome sarà femminile. In caso contrario, le opinioni resteranno oscillanti.

L’onomastica innovativa, sensibile a nuovi modelli o a nuovi gusti, insegue traguardi sempre più impervi. Non è una moda solo italiana, l’epidemia della ricerca a tutti i costi di nomi strani da dare agli ignari neonati ha dimensioni mondiali. I destinatari non possono ribellarsi, quel cartellino scelto dai genitori resta addosso tutta la vita. Invito i lettori a un piccolo gioco. Cerchino di riconoscere chi ha scelto per i propri figli nomi come Lourdes Maria, Harper Seven, Shiloh Nouvel, Tallulah Pine, Hazel, Phinnaeus, Apple, Chanel, Swami, Maelle, Oceano, Nathan Falco. E si sforzino di individuare personalità e motivazioni di chi fa simili scelte.



 
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Domenica 10 Giugno 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:25