Nuove risorse per il Mezzogiorno. Ma il cambiamento richiede una strategia

Nuove risorse per il Mezzogiorno. Ma il cambiamento richiede una strategia
Ieri il Senato ha approvato, con la fiducia su un maxi-emendamento predisposto dal Governo, il cosiddetto decreto Mezzogiorno. Il decreto, sin dalla sua prima formulazione, è stato concepito come un contenitore di norme piuttosto disparate, certamente influenzato anche dalle prossime scadenze elettorali, che rendono non agevole un giudizio d’insieme. Vi sono articoli che riguardano vicende specifiche, come quelle dell’Ilva e di Bagnoli. Vi è un intervento cospicuo a favore dell’autoimprenditorialità giovanile (anche in agricoltura): la misura “Resto al Sud”. La norma andrà vista nella sua attuazione: la finalità è nobile; vi sono però rischi che rilevanti risorse si disperdano a pioggia, come sussidi ad un gran numero di progetti, senza un impatto significativo. Purtroppo quelle che contano per la nascita e lo sviluppo delle imprese sono molto di più le condizioni complessive del Sud, dalle infrastrutture alla legalità allo stesso livello della domanda interna, che lo specifico stimolo ad intraprendere.

Vi sono poi le Zone Economiche Speciali (Zes): uno strumento adoperato in altri paesi a più modesto livello di sviluppo rispetto all’Italia. Qui il discorso è ancora più complesso, e il giudizio più delicato; anche se non poche perplessità sono giustificate. La promozione di investimenti in specifiche aree che abbiano un livello aggiuntivo di incentivazione si giustifica in base all’esistenza di particolari condizioni attrattive. Nella norma è previsto che siano nelle zone portuali al Sud: ma queste soffrono dell’incertezza della loro collocazione nelle complessive strategie della portualità nazionale: un conto è se Gioia Tauro è solo “transshipment” (da nave a nave), un conto è se è una porta d’accesso al mercato italiano ed europeo. E questo dipende anche da reti di collegamenti, specie su ferro, in diversi casi non ancora disponibili.

Le Zes possono aver senso se incluse in una complessiva, grande strategia, mirante alla logistica nel Mezzogiorno, e ai collegamenti con il Mediterraneo e a grande distanza: strategia che, al momento, è ancora assai incompleta. I rischi sono di sovraincentivazione degli investimenti (anche di imprese già localizzate), di grande e ingiustificata estensione delle aree incluse, e di spiazzamento rispetto alle aree escluse. Insomma: diverse norme diverse fra loro, che possono essere anche, da caso a caso, utili; ma senza una visione d’insieme della strategia di sviluppo. Più che un decreto Sud sono “alcune disposizioni (anche) per il Mezzogiorno”.

Nel passaggio parlamentare il decreto è infatti divenuto ancor più contenitore di una congerie di norme disparate, ancor più legate alle prossime scadenze elettorali; che ne sfumano ulteriormente il senso d’insieme. Ci si occupa di buste di plastica, dell’Accademia di Santa Cecilia, delle pensioni dei lavoratori dell’amianto, persino delle celebrazioni gramsciane. L’articolo 16-decies, previsto dal maxi-emendamento, disciplina le “norme per la ripartizione delle quote aggiuntive di tonno rosso”. Una vicenda che risente della maggiore importanza, per molti parlamentari, di specifiche questioni rispetto al grande tema dello sviluppo del Sud; ma anche di procedure che poi producono testi legislativi straordinariamente complessi e confusi. Che certamente non avvicinano i cittadini al mondo delle Istituzioni. E ancor più approfondiscono la differenza fra la comunicazione e l’effettivo contenuto delle norme.

C’è però una vicenda che alla fine si è rivelata positiva. A seguito di una sentenza della Corte Costituzionale, il Miur ha inserito nel decreto una norma – di grande importanza – che riguarda il finanziamento delle università italiane (sul “costo standard”). Nella formulazione originale tale norma riprendeva in larga misura i criteri precedenti. Un vero paradosso, vista la collocazione nel “Decreto Sud”, dato che erano particolarmente penalizzanti proprio per le università del Centro-Sud (e in particolare del Sud). Grazie all’impegno di un senatore esperto della intricata materia (Tocci), il testo è stato emendato e molto migliorato. In sostanza viene molto attenuato il criterio per cui la velocità degli studenti è merito delle università (e ne determina il finanziamento), ponendo gli studenti al primo anno fuori corso sullo stesso piano di quelli regolari. All’atto pratico ciò non produrrà più risorse per le Università, ma un criterio più equo di riparto: a partire dal 2018, un significativo ribilanciamento a favore degli atenei in particolare del Sud, che va in senso contrario rispetto ad un decennio di continue, ingiustificate, penalizzazioni. Dovrebbe poi evitare forti aumenti delle tasse universitarie per i fuoricorso, almeno per quelli del primo anno, riducendo i rischi di un’ulteriore dispersione degli studenti. La norma, infine, cambiando un altro parametro, favorisce anche le università relativamente più piccole e non metropolitane: misura anch’essa opportuna per contrastare il continuo e ingiustificato potenziamento relativo di alcune grandi sedi delle grandi città (del Nord), e in favore di un sistema più plurale e diffuso sul territorio.
Tanto bricolage, insomma, ma poca visione. Ci si deve accontentare del buono che viene; ma non ci si può esimere dal rimpiangere grandi discussioni parlamentari, e testi normativi che davano davvero un forte segnale di cambiamento.
 
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Giovedì 27 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 16:01