Zero dibattiti: la strana estate dei politici afoni

Zero dibattiti: la strana estate dei politici afoni
Quando Berlusconi inventò il «teatrino della politica», da cui prendeva le distanze proprio mentre cominciava a recitarvi la sua parte, il teatrino della politica esisteva per davvero. E lo spettacolo andava in scena quotidianamente: su tutti i giornali, su tutte le reti televisive. La stagione estiva non era da meno di quella invernale. C’erano le feste, appuntamenti irrinunciabili a cui infatti nessuno rinunciava: né il politico né l’anchor man, né il giornalista né l’amministratore locale. C’erano le rassegne in montagna, oppure al mare; c’erano le scuole di formazione. E c’era naturalmente il perpetuo rimbalzo con il quale le stesse dichiarazioni politiche si inseguivano da un mezzo all’altro.

Di tutto ciò resta davvero poca roba. E forse non è neppure un male, se non fosse che per questa messa in scena passava comunque una certa articolazione della sfera pubblica, e una forma di legittimazione del potere politico. Se dunque questo caldissimo agosto sembra aver prosciugato quasi tutti i serbatoi della polemica politica, qualche domanda bisognerà pur porsela. Da cosa dipende questa insistente bonaccia?

A mettere in fila tutte le ragioni – di più lungo e di più breve momento – qualche spiegazione forse la si trova. In primo luogo, quest’ultimo anno di legislatura non poteva procedere con il vento nelle vele dopo la sconfitta referendaria, la crisi di governo e il nuovo esecutivo Gentiloni. Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio formano oggi la coppia più silenziosa alla guida del Paese da qualche decennio a questa parte. I più ciarlieri che abbiano calcato la scena della politica italiana negli ultimi anni, cioè Renzi e Berlusconi, hanno invece buoni motivi per ridurre il numero delle loro prese di posizione: perché debbono ridefinire il senso e la funzione della loro leadership, e perché devono riservarsi qualche cartuccia in più per il prossimo futuro. Più precisamente: per il prossimo Parlamento, in cui, senza chiare maggioranze all’orizzonte, si dovrà giocoforza parlare molto di più.

Una prima ragione è insomma legata alla fase politica, questa sorta di intervallo lungo con il quale il Paese si prepara ad altri giochi ed altri riti, molto diversi dalla impura religione del maggioritario su cui si è costruita la dialettica della seconda Repubblica. Una seconda ragione è legata ai cambiamenti già intervenuti nel mondo della comunicazione. Veniamo da un paio di decenni di intensissima televisivizzazione della politica: politica che si fa in tv, tv che si fa politica; imprenditori televisivi che diventano leader politici, giornalisti che si candidano alle elezioni, talk show su tutte le reti, siparietti e terze Camere due o tre volte alla settimana. Per quanto sia ancora preminente, nella costruzione dell’opinione pubblica, il ruolo della televisione sia pubblica che privata, è indubbio che oggi internet costituisca un nuovo ambiente, sempre più determinante nel fare opinione. Ma per quanto possa sembrare paradossale, la Rete è ancora un luogo poco conosciuto, il cui spazio, soprattutto, si struttura secondo linee diverse da quelle della tv generalista. Tutta la politica democratica riposava su un’aspirazione all’universale, che aveva nei mezzi di comunicazioni di massa un luogo simil-istituzionale in cui potersi mediare e rappresentare. Quel luogo non è ancora caduto in disuso, ma certo non è riconosciuto come prima. Ed è quindi inevitabile che faccia meno rumore. A volte ci sono meno parole, altre volte ci sono meno rimbombi.

Una terza ragione è molto più prosaica: ci sono meno soldi. Senza finanziamento pubblico, tirar su una festa non è un’impresa semplice. Al posto di 100 ce ne saranno 10. Credo che non si troverebbe un solo italiano (uno forse sì: il sottoscritto) che si dirà dispiaciuto di questo prosciugamento delle risorse a disposizione dei partiti. Senza voler rifare ora il ragionamento sui costi della politica, su chi può permettersela e chi no, sulla forza che i partiti politici possono avere nel governare e dirigere gli interessi della società avendo sempre meno risorse a cui attingere e con cui strutturarsi, stiamo ai fatti: meno feste, meno dibattiti. Meno teatrino della politica, si dirà. Certo: ma anche meno rappresentazioni, meno occasioni di discussione, meno motivi di partecipazione. Qui però pesa anche una quarta e ultima ragione, che si può indicare in termini generali come stanchezza. La stanchezza subentra quando qualcosa si è logorato. Qui la politica ha le sue responsabilità, e ad elencarle non la si finirebbe più.

È vero anche che il discorso sulla crisi della democrazia, sulle promesse non mantenute della democrazia, sui limiti della democrazia va avanti da un pezzo, praticamente da sempre: non è una specialità dei nostri giorni. Però qualcosa c’è nell’aria, che sembra indicare un pericolo più determinato, più ravvicinato, più concreto. Perché è impressionante guardare da un lato alla gravità delle questioni che il Paese è chiamato ad affrontare – ora che tutta la politica estera si è rimessa in movimento, ora che gli affari europei non è più chiaro quale direzione prenderanno e con il concorso di quali forze, ora che nuove questioni epocali scuotono le fondamenta dell’ordine democratico, ora che tutto lo spazio pubblico è sottoposto a profonda trasformazione – e dall’altro alla povertà del confronto fra le forze politiche e soprattutto dentro quelle stesse forze. Allora: va pure bene che ad agosto, con il caldo l’ombrellone e tutto quanto – si abbia poca voglia di polemiche al calor bianco. Ma se la bonaccia continuerà, il solleone e le vacanze c’entreranno poco, e ci sarà da preoccuparsi seriamente per l’afasia che colpisce i partiti politici, togliendo loro voce, senso e dignità.
 
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Giovedì 24 Agosto 2017 - Ultimo aggiornamento: 17:45