La mutazione genetica del M5s accelerata dalla necessità delle alleanze

La mutazione genetica del M5s accelerata dalla necessità delle alleanze
Ci interessa poco, in verità, se l’incontro galeotto tra Salvini e Casaleggio junior ci sia stato o no. Repubblica è un giornale d’onore, difficile che si siano avventurati in un titolo così impegnativo senza fonti blindate. Ma ammesso - e non concesso - che la smentita abbia qualche fondamento, cosa cambia? C’è qualcuno che pensa che l’incontro non potesse accadere e non fosse, comunque, pienamente legittimo? Se i Cinquestelle avevano messo in campo – per varare la nuova legge elettorale - addirittura un’alleanza a quattro, perché mai non avrebbero dovuto prendere in considerazione un’intesa su scala più ridotta? Dunque, il dato che resta, la vera novità è che è in atto uno scongelamento dell’iceberg che, negli ultimi anni, ha tenuto alquanto bloccato il nostro sistema politico. Una sorta di autosdoganamento, perché il vertice grillino si è accorto che l’isolamento ostinato in cui si erano appollaiati rischiava, alla lunga, di diventare un esilio.

Una volta svanita - anche per colpa loro - l’ipotesi di un sistema elettorale a doppio turno, come quello che a Torino gli aveva consentito - nella sorpresa e nel terrore di molti - di conquistarsi l’intera posta, era - ed è - inevitabile prendere atto che, col proporzionale, le alleanze sono indispensabili. Prima o dopo le elezioni. Ma, in ogni caso, indispensabili se si vuole veramente provare ad arrivare a Palazzo Chigi.

Dunque, tutto chiarito? Niente affatto. Perché la reazione stizzita alla notizia - o non-notizia - di Repubblica fa capire quale sia il vero problema, oggi, per i Cinquestelle. Come, peraltro, già si era intuito col clamoroso dietrofront sul patto del tedescum che Grillo aveva mandato, in extremis, al macero. La notizia è che ai piani alti della dirigenza M5S si è aperto uno scontro interno, sul cambio di linea in atto.

Non è chiaro chi siano esattamente i componenti dei due schieramenti. Tutti sanno che fa capo a Di Maio l’ala trattativista, mentre Fico è il portabandiera dei fondamentalisti duri e puri. Ma quante e quali siano le forze schierate - o in corso di posizionamento - sui due fronti, fa parte della solita, imperscrutabile e intollerabile, mancanza di trasparenza che da sempre caratterizza questo movimento. Una opacità che diventa ancora più pericolosa se si passa alla relazione tra i due - indiscussi e indiscutibili - capi, Beppe Grillo e Casaleggio junior. Cosa vogliono veramente, quei due? Marciano di pari passo, o sono - o stanno entrando - in rotta di collisione?

In assenza di dichiarazioni in proposito (siamo pur certi che fino all’ultimo diranno di essere in perfetta sintonia) si possono avanzare ipotesi, come dire, di tipo indiziario. Utili, comunque, a tracciare i possibili scenari futuri di un partito che, stando ai sondaggi, cuba tra un quarto e un terzo dell’elettorato italiano. Può Grillo essere - personalmente - interessato seriamente a uno sbocco governativo della sua creatura? La bilancia del buon senso propende vistosamente per il no. Avendo a più riprese dichiarato che non sarebbe mai lui il pretendente alla poltrona di Palazzo Chigi, l’ingresso dei Cinquestelle nel Palazzo significherebbe un brusco ridimensionamento del potere, fino ad oggi quasi assoluto, del guru e fondatore. Immaginare che Grillo saluti con un sms di complimenti l’evento e se ne torni a casa, significa non capire la logica di ogni partito personale. Che è una logica di narcisismo e di controllo. Indipendente, perfino, dalle - rare - intenzioni in senso contrario che il diretto interessato potrebbe provare a nutrire. Senza contare che se anche, contro ogni regola elementare dell’animale politico, Grillo accettasse di adeguarsi al nuovo corso governativo, quale sarebbe il suo compito? Come potrebbe un ideologo del “vaffa” trasformarsi nel pragmatico regista delle mediazioni che sono il pane quotidiano di ogni coalizione di governo?

No. Pur nell’assenza di un quadro sufficientemente articolato, è ormai chiaro che nei Cinquestelle si sta sgretolando il monolitico ponte di comando con cui il movimento ha gestito, fino ad oggi, la sua crescita tumultuosa. Era ora, penseranno in molti. Salutando favorevolmente l’inizio di una dinamica pluralista, che è il sale di ogni organizzazione che ambisca al titolo di democratica. Purtroppo, però, per il momento il cambiamento avviene tutto sotto traccia. Anzi, sotto la più totale copertura, pubblica e mediatica. E questo è un pessimo segnale. Ancor più se accompagnato dagli insulti - e addirittura le minacce - che i vertici grillini hanno rivolto ad una delle più autorevoli testate giornalistiche italiane. Se è questo l’inizio del processo di scongelamento democratico, si tratta di un pessimo inizio.
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Venerdì 16 Giugno 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:03