Lotta alla povertà e natalità siano al centro del nuovo governo

Nelle proposte di Maurizio Martina - per un contributo del Pd quanto meno all’agenda del governo che deve nascere, se non proprio a segnare a certe condizioni programmatiche una disponibilità a parteciparvi - c’è finalmente un ritorno alla realtà del Paese, fuori dalla narrazione che certo ci sono problemi ma che siamo in “ripresa” e bisogna pensare “positivo”. Una percezione (la ripresa) e un appello (pensare positivo contro i “gufi”) che il 4 marzo gli elettori non hanno assolutamente condiviso.

In definitiva i tre punti di Martina – “povertà” («allargare il Reddito di Inclusione per azzerare la povertà assoluta in tre anni e potenziare le azioni contro la povertà educativa»); “famiglie” («Introdurre l’assegno universale per le famiglie con figli, la carta dei servizi per l’infanzia e nuovi strumenti di welfare a favore dell’occupazione femminile, per ridurre le diseguaglianze e sostenere il reddito dei ceti medi»); “lavoro” («Introdurre il salario minimo legale, combattere il dumping salariale dei contratti pirata anche valorizzando il Patto per la Fabbrica promosso dalle parti sociali; tagliare ancora il carico fiscale sul costo del lavoro a tempo indeterminato per favorire assunzioni stabili con priorità a donne e giovani, norme per la parità di retribuzione dei generi») – provano a rispondere a ciò che gli italiani hanno domandato votando in massa soprattutto al Sud i 5 Stelle e dando alla Lega, nelle aree più produttive e avvantaggiate del Paese, la leadership sul centrodestra. E cioè i bisogni dei ceti più deboli (lavoro, tutele, welfare in particolare al Sud dove la pressione della loro mancanza si è fatta ormai insostenibile), e le richieste per mantenere il passo produttivo dell’Europa delle piccole e medie aziende del Nord-Est soprattutto.

Riarticolando in modo sensato e pragmatico (quel che si può fare e insieme è giusto fare) i contenuti sottesi alle parole d’ordine della Lega e dei 5 Stelle: flat tax e reddito di cittadinanza, per tenere insieme cioè conti pubblici, rilanciare nei tessuti e nei contesti sociali più esposti il tenore di vita, sostenere quel tanto di ripresa che c’è. Assolutamente decisivo – anche perché guarda al Paese non di questo governo, ma dei prossimi vent’anni – è il punto di sostegno alla famiglia. In un Paese in denatalità accelerata, con indici da brivido che ci danno a 51,5 milioni di Italiani tra trent’anni e a 39 tra sessant’anni (praticamente gli italiani saranno quanti un secolo fa, nel 1920).

A differenza delle altre due azioni contro la povertà e per il lavoro, che se ben concertate possono portare frutti visibili in breve tempo e comunque nello spazio di una legislatura, e quindi se si vuole una rendita elettorale di consenso, l’azione a favore della natalità genererà i suoi effetti cumulativi (se avrà successo, ed è complesso perché non è solo un fatto di incentivazione economica, ma culturale, legato a un cambio degli stili di vita e dei “desideri” socialmente rilevanti) solo nei prossimi decenni, arrestando il declino demografico italiano. E quindi non genererà la stessa rendita elettorale immediata, se non verrà ben spiegata come l’azione politica di governo oggi più necessaria di tutte. E se anche non avesse spendita elettorale, quella che già da sola darebbe dignità politica a questa legislatura, darebbe a ogni singolo parlamentare una dignità di “statista”, se questa parola significa la cura del bene comune al netto della rendita politica personale.

Sarebbe un segnale di grandezza umana e politica - che davvero uno vale uno nell’essenziale dell’azione politica - se fossero i parlamentari eletti a chiedere a tutti i partiti, a chi governerà e a chi farà opposizione, che questo sia un punto “nazionale” di governo. A sottoscrivere in proprio questo punto di governo, segnalandolo al presidente Mattarella come nodo delle consultazioni. Daranno voce al Paese che già non c’è, perché non da anni non nasce quanto sarebbe necessario.


 
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Mercoledì 18 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 17:36