Dopo il successo del "no", troppi segnali di ritorno al passato

Mi sono speso per il “No” alla riforma della Costituzione. Eppure, all’indomani del voto e quando ho appreso che la riforma non era stata approvata dagli italiani, non ho gioito. È montata dentro di me una sorta di rabbia sorda, perché Renzi si era bruciato, lanciandosi a capofitto in una partita rischiosa. A un primo ministro - mi dicevo - non è consentito e non deve essere consentito di buttare alle ortiche il tentativo, l’unico serio recente tentativo di porre fine a una miriade di “lobby” che immobilizzano il Paese (anche se non tutto ciò che era stato fatto appariva convincente).
Tuttavia (parlo di Renzi), lo capivo, così come avevo compreso che l’abolizione del bicameralismo paritario era un falso obiettivo. Era la maniera surrettizia (coniugando la riforma costituzionale con una legge elettorale che contempla un cospicuo premio di maggioranza ed è fortemente personalizzata per avere come nucleo aggregante un leader, più che un partito o un’ideologia) per spostare il baricentro del nostro sistema costituzionale dal Parlamento al governo. E Renzi aveva giocato la partita probabilmente perché era esausto dopo due anni e più di governo in cui tutte le riforme da lui immaginate erano entrate in una sorta di gigantesco riduttore di tensione che le aveva notevolmente depotenziate.
Gli italiani - io tra questi - non hanno assecondato il disegno. Essi diffidano di meccanismi che concentrano il potere nelle mani di pochi o di una sola persona. Non sono disposti ad accettare democrazie di tipo presidenziale, anche se, stupidamente o ingenuamente, una notevole parte di loro non si avvede che la demolizione dei sistemi di democrazia rappresentativa per fare spazio a sistemi di pretesa democrazia diretta costituisce l’anticamera per involuzioni di tipo autoritario. Gli italiani non hanno fiducia nelle istituzioni e, quindi, istintivamente sono contrari a qualsiasi sistema che concentri il potere in mano a chi ha raccolto la maggioranza (relativa) dei consensi. Hanno a cuore la tutela delle minoranze, a cui spesso consegnano una sorta di diritto di veto, e, di conseguenza, sono favorevoli a sistemi nei quali le maggioranze non sono precostituite, ma si formano di volta in volta attraverso opere di continua mediazione. Vi sono altre democrazie più efficienti e più capaci di reggere il ritmo dei cambiamenti che, nell’epoca in cui viviamo, ha subito un’incredibile accelerazione. Ma esse poggiano su altre basi, quali una maggiore coesione sociale e un rapporto fiduciario con gli eletti, che hanno finora consentito al principio di maggioranza di essere la chiave di volta per il funzionamento delle istituzioni. Sono democrazie che, per fare un esempio, non hanno paura di eleggere Trump, la cui presidenza è un’incognita di cui non sono prevedibili gli esiti.
Tutto ciò non era stato messo in conto da Renzi. La mia rabbia non nasce dal fatto che egli abbia tentato di operare il cambiamento. Nasce dal fatto che egli, per vincere, si è speso (e pesantemente) in prima persona, coinvolgendo sé stesso e il governo nella partita, che è stata giocata con ogni mezzo, anche con trucchi sleali. Se, al contrario, egli avesse fatto la proposta e, poi, si fosse fatto da parte, rimettendosi agli italiani, la sconfitta per lui sarebbe stata assai meno pesante e nessuno avrebbe potuto speculare su di essa per mettere in discussione la politica che aveva messo in atto (e, forse, non sarebbero state necessarie le sue dimissioni). Ne paghiamo le conseguenze. Si nega l’evidenza quando non si ammette che siamo in una fase di restaurazione, per cui si cerca di disfare ciò che era stato fatto.
Un ritorno al passato, diciamocelo francamente, paga sempre prezzi, che sono assai pesanti se quel passato si collega ad un lento e inesorabile declino del Paese. Viviamo tempi impietosi. La globalizzazione ha fatto cadere le barriere protettive che avevano consentito al mondo occidentale di crescere nel benessere e che gli avevano consegnato una cospicua rendita di posizione. Si è sviluppata una brutale competizione tra gli Stati e le nazioni, nella quale le leggi dell’economia non hanno misericordia. Tutti i Paesi rivedono al ribasso le loro stime di protezione sociale realizzabile. Il governo di Renzi lo aveva capito e aveva cercato di salvare quanto più welfare possibile nella difficile congiuntura. Si pagavano e si sono pagati prezzi. Sarebbe, però, necessario valutare se, nel tentativo di conservare la situazione precedente, sempre più insostenibile, non si rischi di fare peggio. E si tratta di valutazioni da affidare a chi se ne occupi con professionalità e con competenza, senza illudersi che la soluzione possa essere offerta dalle masse, le quali sono spinte dai bisogni e dalle esigenze, ma non si chiedono e comunque non sanno indicare quali sono gli strumenti per soddisfarli senza compromettere il futuro loro e dei loro figli.
Dobbiamo renderci conto che non c’è dinanzi a noi alcun Eldorado e che il futuro, inevitabilmente, porta a un ridimensionamento delle economie del mondo occidentale. Il problema politico non è tanto quello della lotta alle diseguaglianze, che, purtroppo, in epoca di così profondi cambiamenti, sono destinate a crescere (così come è destinato a crescere il peso di chi manovra gli strumenti finanziari), ma quello della lotta alla povertà. Ed è un problema che non si risolve creando posti di lavoro, che, ove siano improduttivi, producono ulteriori diseguaglianze e povertà, ma creando lavoro, ossia quel lavoro capace di produrre se non valore aggiunto, almeno un valore capace di ripagare se stesso. Le teorie keynesiane sul lavoro improduttivo, possono valere per il periodo breve, ma non giustificano riforme strutturali. La misericordia di Papa Francesco è un monito per il fedele, ma non è la medicina adatta per il mondo laico. Anzi, provocando concorrenza sleale tra chi lavora, producendo, e chi non produce, finisce con l’essere di ostacolo a qualsiasi politica di espansione del nostro sistema produttivo. La misericordia, elevata a sistema, uccide il merito e, quando, la competizione è falsata da una manovra livellatrice, che intende (sindacalmente) l’eguaglianza non come il punto di partenza di ciascun individuo (persona, ente, impresa) nella corsa della vita, ma come costante da imporre in ogni tratto dell’esistenza, è inevitabile il tentativo di barare e di accaparrarsi con ogni mezzo le posizioni di privilegio. In una società che dia valore al merito non c’è spazio per le raccomandazioni o per la corruzione volta ad alterare i risultati della gara. Mi ero illuso che il governo di Renzi, nel momento in cui si proponeva di rottamare il passato, volesse porre al primo posto il problema del merito. Forse stava cominciando a farlo. Con il suo fallimento si ritorna al passato. E i giovani meritevoli continuano a cercare fortuna altrove a testimonianza dell’inarrestabile nostro declino. Quando mi sono speso per il “No” non era questo ciò che volevo e oso sperare che non era questo ciò che volevano i tanti che hanno votato come me.
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Domenica 8 Gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento: 09-01-2017 10:01