Povera scuola se serve soltanto
a dare un lavoro agli insegnanti

Povera scuola se serve soltanto
a dare un lavoro agli insegnanti
All’inizio di agosto vi abbiamo esposto il paradosso della terza massiccia leva di regolarizzazione dei docenti nella scuola pubblica a 3 anni dalla riforma della «buona scuola»: i 52mila messi in ruolo in queste settimane per l’imminente anno scolastico 2017-2018. Grazie ai risultati deludenti della seconda leva (il concorso nazionale della scorsa estate). In molte classi di materie quel concorso ha visto una percentuale molto elevata di non ammessi agli orali; e per effetto del ritorno con il ministro Fedeli alla preferenza di destinazione espressa dal messo in ruolo rispetto all’assegnazione prevista laddove le cattedre sono più scoperte cioè al Nord.
Il risultato paradossale sarà che decine di migliaia di cattedre al Nord resteranno comunque scoperte, e dunque assegnate ai supplenti delle residue graduatorie, mentre al Sud in alcuni insegnamenti gli immessi in ruolo saranno inferiori rispetto alle aspettative, perché hanno la preferenza i vincitori di concorso che hanno cambiato assegnazione. Dovunque, sia al Nord che al Sud c’è poi un problema di titoli relativi agli insegnanti di sostegno: in moltissimi casi inferiori a quelli previsti.

Ma c’è un altro paradosso sul quale attiriamo la vostra attenzione. Una riforma nata e fatta per risolvere l’osceno problema del precariato di massa praticato per decenni dalla politica nella scuola italiana ha finito per concentrarsi appunto solo sull’immissione in ruolo sin qui – con la terza leva – di ben 170mila precari (e altri ne restano). Non solo ha trascurato del tutto la modifica profonda curricolare di ciò che nella scuola s’insegna, e solo ora il ministro Fedeli scopre che “occorrerebbe rimettere mano a cosa e come s’insegna”, e per questo lancia l’idea di alzare l’obbligo scolastico a 18 anni (per altro dopo aver avviato la sperimentazione del diploma di secondaria superiore da conseguire in 4 anni invece di 5, non si capisce con quale coerenza…).

Già questo basterebbe a definire l’attenzione che la politica dà alla scuola italiana: priorità a chi ci lavora, non a chi la frequenta. Ma c’è un paradosso ancora peggiore. Le riforme-assumificio, infatti, dovendo riparare in pochi anni l’errore pluridecennale sulla totale difformità tra piante organiche teoriche e insegnanti in ruolo, finiscono per avere un effetto numerico tutto straniante e surreale. Che è presto detto: per il ritardo temporale politico-amministrativo della regolarizzazione della professione docente, gli insegnanti di ruolo aumentano verticalmente proprio mentre, per banali questioni demografiche in un paese a natalità decrescente da decenni, gli studenti diminuiscono.

Guardiamo i numeri della Campania, ad esempio, per averne conferma. La terza leva in corso di docenti in ruolo per l’anno scolastico 2017-2018 alla Campania riserva 3817 cattedre compresa la scuola dell’infanzia, di cui 3183 dalle elementari alle secondarie superiori e licei musicali, tra 2373 docenti ordinari e 810 di sostegno. Grazie all’aggiunta in corso, gli insegnanti di ruolo diventano dalle elementari alle superiori in Campania 86.560 nell’anno scolastico 2017-18, rispetto agli 83.367 dell’anno scolastico 2016-17. Ma che cosa avviene nel frattempo, ai ragazzi iscritti dalle elementari alle superiori? Nell’anno scolastico 2015-16 in Campania erano 920.964. L’anno scorso erano scesi di 12mila unità, a 909.010. E nell’anno scolastico che inizia tra pochi giorni il loro numero in Campania scende ulteriormente di oltre 13 mia unità, a quota 895.314. Mentre gli studenti scendono in 2 anni di 25 mila unità, i docenti aumentano a migliaia. In un solo anno, la Campania passerà da 10,9 ragazzi per ogni insegnante, a 10,3.

La domanda è: qual è il rapporto, negli altri paesi avanzati? Risposta che dice tutto: c’è solo la Grecia, nel ranking elaborato dall’Ocse nei suoi rapporti Education at a glance , ad avere un rapporto di alunni/docenti inferiore al nostro. Cioè un Paese che come noi considera la scuola strumento per politiche sociali di occupazione di massa, non di qualificazione che porti in alto nei report Pisa sulle capacità comparate degli studenti.

Nel 2014 – prima dei 170mila nuovi messi in ruolo – nella scuola primaria e secondaria italiana il rapporto alunni/insegnanti era di 12 a 1, rispetto a una media europea di 14 a 1. In Francia il rapporto era 19 a 1 nella primaria, e 13 a 1 nella secondaria. In Germania 15 a 1 nella primaria, 13 a 1 nella secondaria. Nel Regno Unito, 20 a 1 nella primaria e 16 a 1 nella secondaria. L’anno scorso, dopo le prime due ondate di stabilizzazioni, nella primaria italiana il rapporto alunni/insegnanti è sceso a 9,75 a 1; e nella secondaria 9,83 a 1. Nell’anno scolastico che inizia tra poco scenderà ancora, per effetto della terza ondata di neodocenti di ruolo: come testimoniano i numeri della Campania, di poco sopra la media nazionale perché la demografia regionale è comunque in discesa ma meno che al Nord.

È un palese controsenso, pensare alla scuola solo per chi ci lavora. Un’ennesima dimostrazione della follia politica italiana. Che per decenni pratica soluzioni sbagliate e, nel caso del precariato di massa, oscene. E quando è costretta a porvi riparo, finisce per dover assumere decisioni che fanno a pugni sia con le curve demografiche sia con la vera necessità inaffrontata della scuola italiana: riservare, finalmente, attenzione a ciò che i ragazzi studiano, in vista di un lavoro domani che altrimenti sarà, proprio per le mancanze dell’offerta formativa pubblica, ancora più problematico e ritardato nel tempo.
 
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Sabato 26 Agosto 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:21