Stipendi bloccati e valutazione: sciopero dei prof

Stipendi bloccati e valutazione: sciopero dei prof
È in atto una strategia di ridimensionamento del sistema universitario statale e, per farla accettare, è in corso una campagna di denigrazione delle Università italiane e di chi ci lavora, in modo che l’opinione pubblica trovi normale un particolare accanimento contro le Università. Si parla di familismo, di corruzione, di basse classifiche nelle graduatorie delle migliori Università mondiali. I professori sono fannulloni che non vanno a lavorare e che non fanno niente, mandando gli “assistenti” a fare il loro lavoro, oppure sono profittatori che praticano la libera professione usando le strutture statali. I casi ci sono eccome, ma sono presentati come la regola.
A fronte delle innegabili magagne, i dati dicono che la produzione scientifica dei prof. italiani, commisurata con gli investimenti in ricerca, è tra le migliori del mondo. Siamo accusati di produrre pochi laureati, ma poi chi laureiamo non trova lavoro. Ci dicono che non siamo in grado di armonizzare l’offerta di laureati con la domanda, ma all’estero l’offerta dei nostri laureati viene assorbita dal mercato del lavoro: i nostri laureati sono competitivi, all’estero! Dove tutto dovrebbe esser meglio che da noi, per quel che riguarda le università.
<CF4001>I vari “messaggi” si dovrebbero elidere a vicenda ma, alla fine, rimane l’impressione che l’Università sia malata e che la colpa sia di chi ci lavora.
Nessuno parla dei precari delle Università. Ci sono moltissimi giovani con produzioni eccellenti che sono fuori dal sistema. Vengono abilitati ma nessuno li chiama a ricoprire i posti per i quali sono stati dichiarati idonei. I vecchi professori vanno in pensione e solo una minima parte di essi viene rimpiazzata da altri professori: c’è il blocco del rinnovamento del personale. E c’è il blocco degli stipendi, la ciliegina sulla torta.
Le carenze negli organici sono compensate dai precari, spesso pagati con i fondi della ricerca. Fondi che derivano da progettualità dei professori. Mi spiego: oramai non ci sono più fondi destinati alla ricerca a cui attingere in modo “garantito”. Mi spiego ancora meglio: i fondi per fare ricerca si ottengono se si risponde a chiamate progettuali, presentando progetti di ricerca. Se questi sono finanziati, ci sono i soldi per la ricerca, altrimenti non ci sono. In più, i fondi per la ricerca sono tassati dalle Università, e sono spesso impiegati per assumere precari che lavorano per il funzionamento del sistema universitario. Traduco: i professori universitari, con i loro progetti, contribuiscono a far funzionare l’Università che, invece di aiutarli, è costretta a sfruttarli visto che i finanziamenti ordinari sono sempre meno.
Non mancano mai, invece, enormi finanziamenti per interventi faraonici che prevedano appalti milionari per costruire edifici. I soldi per gli appalti ci sono sempre, e si costruiscono cattedrali che saranno sempre più abitate da precari, visto che i fondi per nuovi posti di ruolo arrivano col contagocce.
A fronte dei tagli ai finanziamenti per personale e ricerca, sono aumentati a dismisura gli ostacoli burocratici e tutto diventa difficilissimo. I soldi dei progetti si spendono con grande difficoltà e i tempi per spenderli sono lunghi. Le procedure sono farraginose e vessatorie. Lo stesso vale per la didattica. Dobbiamo compilare registri e riempire tonnellate di moduli: gli adempimenti burocratici prevalgono sul raggiungimento degli obiettivi. Gli studenti ci valutano, ma le valutazioni sono coperte dalla privacy. Una domanda strategica: “il prof. viene regolarmente a lezione o si fa sostituire?” non è nei questionari. Però compiliamo un registro in cui scriviamo quel che facciamo, ma la cui veridicità non può essere controllata. Se è compilato, tutto a posto. Se non è compilato, allora sono guai. Ed è inutile invocare la parola degli studenti, e le loro valutazioni.
Oltre al blocco degli scatti stipendiali, abbiamo un milione di altri motivi per fare sciopero. Prima di tutto per salvaguardare la nostra dignità di lavoratori intellettuali. Per opporci a una vessazione burocratica che ci impedisce di lavorare con efficacia.
Non conosco un solo prof che sia contento di come è gestita attualmente l’Università, ma poi nessuno protesta contro questo, e pare che l’unica cosa che ci interessi siano i soldi degli scatti stipendiali. La beffa è che ora si sta pensando di concederli solo a fronte di risultati e che i risultati siano legati all’espletamento delle pratiche burocratiche. Hai compilato tutti i registri? Sei andato a tutte le riunioni? Sei un bravo professore. La qualità delle tue lezioni e della tua ricerca non ci interessano.
I professori universitari non sono santi. Molte delle cose che si dicono sono vere. Ce ne sono che lavorano poco, altri usano il posto di prof per far soldi nella loro professione, altri gestiscono i concorsi in modo clientelare, magari “gestiscono” anche quegli appalti milionari, l’elenco delle magagne è lunghissimo. Succede in ogni categoria e l’Università non fa eccezione. Non è giusto che gli aumenti stipendiali siano automatici, come succedeva sino a sei anni fa. La valutazione di ricerca e didattica, il contributo ai dipartimenti di eccellenza, e molto altro dovrebbero essere la motivazione degli scatti. È quello che si chiama valorizzazione del merito. Non è giusto aumentare gli stipendi con il solo criterio temporale e neppure con la validazione di adempimenti burocratici. Gli strumenti per valutare ci sono. Che si applichino e che si chieda di premiare chi svolge in modo adeguato le tre missioni dei professori universitari: didattica, ricerca, rapporti con il territorio. Paradossalmente, l’espletamento di incombenze burocratiche non rientra in alcuna delle tre missioni, ma è quello prevalente! Il soddisfacimento degli adempimenti burocratici conta più del raggiungimento degli obiettivi, vale la pena ripeterlo.
Purtroppo questo sciopero ha come obiettivo la rimozione per tutti del blocco degli scatti stipendiali e non vedo proposte per cambiare uno stato di cose intollerabile. Il disegno governativo è chiaro: smantellare il sistema universitario (tanto il paese non sa che farsene dei laureati) e preparare un nuovo proletariato, vista la cinesizzazione dei nostri sistemi produttivi. Il paese ha bisogno di manovalanza! I professori universitari sono un lusso che non ci possiamo permettere e producono un capitale umano che, evidentemente, al paese non serve. Braccia rubate all’agricoltura. Il paese ha bisogno di braccianti, da pagare poco. Ora sono gli extracomunitari, ma presto ci saranno i nostri giovani, a zappare la terra. L’ascensore sociale scende. L’Università non serve più. Non per le masse. I ricchi troveranno sempre buone Università per i loro figli. Gli altri si devono rassegnare, e si devono convincere che l’Università è un lusso inutile.
Se tutto questo fosse reso esplicito dalle motivazioni dello sciopero, aderirei. Ma l’impressione è che siamo in sciopero per meri motivi stipendiali. A conferma dello scarso valore morale dei professori universitari...
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Domenica 10 Settembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 17:59