Il 2017 alle porte: fragile Italia e debole Europa nella partita a tre Usa-Russia-Cina

Che 2017 ci aspetta dal punto di vista della geoeconomia mondiale, cioè degli effetti che sull’economia planetaria genera l’intreccio e l’attrito di tre politiche di potenza – Usa, Cina e Russia – e della fragilità e debolezza europea? La premessa obbligata è ovviamente l’inattendibilità di ogni modello previsivo, visto che le tre politiche di potenza le decidono i leader, mentre la debolezza europea è figlia di veti contrapposti, orizzontali tra diversi grandi paesi membri, e verticali per il contrasto tra la tecnocrazia europea BCE-Commissione da una parte, e dall’altra Stati nazionali gelosi delle proprie prerogative. Ma senza dubbio la grande novità è venuta con l’elezione di Trump in America. Si è già rivelato un motore di cambiamento fortissimo. E potrebbe sprigionare conseguenze economiche molto positive, checché predichino i suoi avversari.
Usciamo da 2 anni di grande instabilità. Da metà 2014 è iniziata infatti una frenata degli andamenti del commercio mondiale. Il trend al ribasso delle commodities, la fuga di capitali riorientatisi verso gli USA in attesa del rialzo dei tassi d’interessi da parte della Fed, il peggioramento della bilancia dei pagamenti e del saldo commerciale ha portato alla crisi di diversi grandi paesi emergenti, e a un rallentamento del commercio mondiale. La notizia positiva è che questa tendenza sembra in esaurimento. I prezzi delle materie prime a cominciare dal petrolio hanno mostrato un trend di ripresa, e soprattutto è cambiato la musica negli Usa con la vittoria di Trump.
I catastrofisti sono stati smentiti. Tutti ormai si aspettano una grande riforma fiscale che faccia scendere dal 35% al 15% l’aliquota sulle imprese, e che vedrà molte centinaia di miliardi di profitti delle multinazionali Usa oggi parcheggiati all’estero tornare verso il mercato nazionale: ergo una ancor più forte ripresa degli investimenti e della domanda interna, ergo ancora più importazioni verso gli Usa ed effetti positivi sul commercio mondiale. Bene per noi e per il nostro export negli Stati Uniti, anche se il dollaro più forte penalizzerà il prezzo del nostro export come quello dei paesi emergenti. Il punto interrogativo è se l’alto indebitamento in dollari di alcuni grandi paesi emergenti reggerà al dollaro forte: in caso contrario, l’effetto positivo anche per l’Italia di una ripresa del commercio mondiale sarà viziato da svalutazioni competitive e da nuove instabilità finanziarie. Ma se guardiamo ai 20mila punti record di Wall Street, gli Usa si aspettano oggi 4 anni di crescita del Pil più vicina al 4% che al 3% annuale. E anche se dei 10 milioni di occupati aggiuntivi creati dagli Usa dopo il 1995 quasi la totalità è rappresentata da rapporti di lavoro a tempo parziale, saliti dal 10 al 15% del totale degli occupati, per la corporate America le campane suonano a festa.
Ma no, obiettano le élite di sinistra euro-americane. Trump ha preso carrettate di voti grazie ai suoi attacchi a testa bassa contro il libero commercio e l’export di Messico e Cina. Stephen Roach, ex presidente di Morgan Stanley Asia e uno dei massimi sostenitori della co-dipendenza tra Usa e Cina, ha appena scritto un paper di fuoco contro le nomine appena fatte da Trump.
In realtà, per capire come evolverà il rapporto tra Washington e Cina bisogna distinguere tre diversi piani. Primo: Trump abbandona la via di Obama rivelatasi fallimentare, quella dei grandi trattati multilaterali di commercio, Il TTIP euro-atlantico del resto arenatosi, e il TPP in Asia. Ma la Cina non partecipava a quest’ultimo, lo considerava anzi un nuovo temibile strumento della politica americana contro Pechino. Secondo: Trump intende regolare direttamente i negoziati commerciali da potenza a potenza con Mosca e Pechino, non pensa affatto di estendere la stessa logica bilaterale a tutti i 101 paesi verso i quali gli Usa registrano un deficit di bilancia commerciale. Terzo: Trump e i suoi consiglieri militari distinguono nettamente i tavoli: da una parte accordi commerciali tra potenze nel reciproco interesse, dall’altra un confronto diretto tra influenze militari improntato alla stessa schietta sincerità. L’arretramento militare di Obama non ha pagato. Di qui il proposito della nuova amministrazione Usa: passare da una Marina di 289 unità a una di 355, e ammodernare la triade nucleare. Se Pechino crede di potersi espandere militarmente gratis in ogni isoletta del Pacifico come fa da 15 anni, è bene capisca che quel tempo è finito. Senza per questo che a Washington dimentichino che una guerra frontale commerciale con Pechino è molto rischiosa, visto che la Cina comunista detiene ancora quasi 2 trilioni di dollari di debito Usa, tra pubblico e corporate.
Quanto a Putin, è sin troppo evidente che ha tifato Trump. Anzi gli ha direttamente dato una mano in campagna elettorale attraverso la rete. L’annuncio di nuove sanzioni a Mosca da parte di Obama è ormai patetico. Trump è un realista: gli errori di Obama in Medio Oriente hanno portato Putin a conquistare sul campo il diritto a dare le carte sul futuro della Siria, insieme all’Iran, e con un ruolo secondario anche per la Turchia del nuovo autocrate Erdogan. E con Israele che preferisce questo tipo di soluzione, a bande a piede libero di radicalismo islamista terrorista. I generali trumpisti vanno anch’essi molto più d’accordo con questa visione che con i confusi compromessi fatti da Obama contro Israele con le monarchie del Golfo, finanziatrici delle madrasse jihadiste in mezzo mondo. Del resto, la Russia ha alle spalle nel 2015 il suo anno peggiore, quello in cui oppositori democratici interni e Obama hanno sperato nel crac economico putiniano, per effetto del basso prezzo del petrolio e gas, e delle sanzioni. Non ha funzionato. Il Pil russo ha segnato -3,7% nel 2015, ma nei primi 10 mesi del 2016 è quasi tornato in terreno positivo, fermandosi nella risalita a -0,3%. L’inflazione è scesa da un drammatico 13% annuo al 5,8%. Gli interventi pubblici nel settore bancario hanno evitato crisi di sistema, portando alla chiusura di alcune decine di banche compromesse ma quadruplicando nel 2016 gli utili complessivi rispetto al 2015.
Certo, giocare da parte di Trump la carta di un positivo rapporto improntato a nuova fiducia con Mosca e Pechino sarà complicato. Ma anche la Cina, nel suo problematico controllo della discesa del suo tasso di crescita e con un credito domestico minato dallo shadow banking non regolato e da bolle immobiliari, non può permettersi lo scontro frontale commerciale con Washington.
È senza dubbio l’Europa il punto debole. Trump non intende più sobbarcarsi i sovraccosti della nostra difesa. Né delegare alla Nato il diritto a obiettare o compartecipare per finta a sforzi militari americani di cui Washington si sobbarca oneri e rischi. Brexit è diventata in 6 mesi una barzelletta di quelle troppo lunghe. Aspetteremo la pronunzia della Corte Suprema britannica a gennaio per capire se il referendum popolare può essere invalidato da un voto contrario del Parlamento britannico. Ma certo è che sinora si è mostrata più saggia la Germania della Merkel, proclive a lasciare tutto il tempo necessario a Londra per smaltire la sbornia e fare marcia indietro, piuttosto che i negoziatori ufficiali della UE. Il capo team Michel Barnier ha presentato a Theresa May un conto da 50 miliardi di euro da pagare per la Brexit. Già per la Ue è stato un errore capitale trattare con la Grecia con questa mentalità. Figuriamoci farlo con il Regno Unito, spingendolo per orgoglio a salutarci, abbassare radicalmente le tasse, e divenire così un temibile concorrente per gli investimenti da tutto il mondo lì, piuttosto che nell’Europa continentale. Più la Ue spingerà il pedale dell’orgoglio, più aiuterà Le Pen in Francia, Geert Wilders in Olanda, Grillo e Salvini da noi. Non deve stupire che, nel suo discorso di fine d’anno in tv tre sere fa, Putin abbia esplicitamente fatto accenno alla sua speranza che in quei paesi europei i prossimi risultati elettorali portino a far avanzare l’idea di una comunità d’interessi europea spostata verso la Russia e l’Eurasia, invece che verso l’Atlantico.
È da tutte queste partite, rispetto alle quali il nostro ruolo come Italia è poco più che simbolico malgrado le chiacchiere, che dipende un 2017 per l’Italia con una crescita del PIL superiore allo 0,9-1% al massimo. Da metà 2014 con la frenata del commercio mondiale si era determinato anche per l’Italia un tasso inferiore di crescita del nostro export, nel post 2011 l’unico drive di ripresa italiana fino a che l’anno scorso non si sono manifestati i primi timidi segni di risalita della domanda interna, dei consumi e del reddito procapite. E ancora nel 2017 la sfida per noi non è tanto sul fronte dei consumi delle famiglie, destinati ancora per anni a una ripresa molto moderata, fintantoché non ci sarà una significativa riforma fiscale dell’Irpef volta a sostenere il ceto medio oggi massacrato dall’aliquota del 38% che scatta a 28mila euro lordi di reddito. Il punto è invece come le imprese risponderanno sul fronte degli investimenti. Molto conterà anche il diffondersi o meno di nuovi contratti di produttività tra imprese e sindacati. La produttività media per occupato italiano, facendo 100 il livello del 2005, è scesa fino a toccare quota 95 nel 2013 e lì siamo ancora. In Spagna è salita a 110, in Germania a 107 e in Francia a 105. E a tutto ciò si aggiunge tra i problemi domestici italiani quello del sistema del credito. Con oltre l’85% del funding alle imprese provenienti dal sistema bancario, e con oltre 100 miliardi di credito alle imprese ancora mancante rispetto ai livelli del 2007, se le prossime settimane e mesi ci riserveranno grossi guai, dal caso Mps ai nuovi capitali necessari alle 4 banche risolte nel novembre 2015, alle 2 banche venete, e via passando a numerose banche minori, allora l’effetto sulla crescita italiana sarà inevitabile. Sono tutti motivi per sperare che funzioni, la svolta di un nuovo rapporto tra Trump, Putin e Xi Jinping. Abbiamo bisogno di un commercio mondiale più forte, per veder crescere il nostro malgrado tutto quasi miracoloso export da 400 miliardi. Di meno instabilità finanziaria importata da guerre valutarie. E di un’Europa meno folle e autolesionista. Ma, delle tre condizioni, quest’ultima sembra proprio la più difficile.

 
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Venerdì 30 Dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 20:03