Uno vale uno: se persino l'Università si dimentica del merito

Uno vale uno: se persino l'Università si dimentica del merito
Voltaire (è d’obbligo, nei tempi in cui viviamo, ricordare che fu un filosofo francese del Settecento ai suoi tempi assai celebre) ci ha consegnato, nel suo “Candide”, un personaggio immortale, quale è Pangloss, un precettore inguaribile ottimista il quale, pur di fronte allo sfacelo che lo circonda, continua a ripetere di vivere nel migliore dei mondi possibili. Pangloss mi è venuto a mente, poiché fra noi si diffonde la convinzione che il nostro Paese, nel quale primeggia l’idea dell’uno vale uno, sia il migliore dei mondi possibili. Questa idea, per la quale il male sta nel fatto che qualcuno abbia preteso e pretenda di valere di più, è madre di altre idee. Si pensa: quelli di prima, ponendosi al di sopra degli altri, hanno sbagliato tutto per incapacità, se non per delinquenza; qualunque discorso di merito è insidioso e fuorviante, perché dietro di esso si agita l’idea che possa esserci chi abbia maggiori competenze, là dove le competenze costituiscono un ostacolo ingombrante quando si oppongono alle volontà del popolo sovrano.


Pertanto, l'ultimo proclama secondo il quale pensare che chi ha un titolo di studio e, soprattutto, chi l'abbia conseguito con lusinghiere valutazioni debba avere qualche riconoscimento, va combattuta perché costituisce una sorta di eresia contro il dogma dell'uno vale uno. Quest'ultimo scandisce, una volta per tutte, che esso è la chiave per entrare nel migliore dei mondi possibili, quale è quello che ci viene promesso dagli attuali governanti.

Chi non condivide l'idea che stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili si richiamerà alla ragione e dirà, come è stato scritto anche sulle pagine di questo giornale, che il merito e il riconoscimento del merito sono la maggiore ricchezza di un paese, così che l'avere predisposto strumenti di certificazione, i quali si concretano nel riconoscimento del valore legale dei titoli di studio, risponde ad un'esigenza essenziale ed insopprimibile. Pur non iscrivendomi alle truppe vittoriose dei seguaci di Pangloss (ma ho sempre amato essere dalla parte di Ettore ed Achille, come credo di avere scritto in altra occasione, mi è sempre stato sulle scatole), trovo che questo tipo di ragionamento nasconda dei punti deboli, sui quali è bene chiarirsi per non continuare a cullarci in un mondo di ipocrisie, che, prima o poi, ci cadrà addosso (come, a quanto pare, sta avvenendo).

Ho per quasi mezzo secolo fatto parte del mondo abilitato a certificare il merito delle persone. Sono andato in pensione senza particolari rimpianti, perché il mondo nel quale ero entrato quasi mezzo secolo prima oramai era per me irriconoscibile. Sono stato un docente severo? Sempre me lo sono chiesto e sempre mi sono risposto che se per severo si intende un docente che non regala gli esami, chiunque sia lo studente che ha davanti, sono stato severo. Poiché non ho mai negato la promozione a chi aveva quanto meno le nozioni di base della materia insegnata e mi sono sempre industriato per tentare di graduare la votazione in relazione al grado di preparazione (e oggi mi fa piacere incontrare allievi di molti anni fa, oramai anziani, che con orgoglio mi ricordano di avere superato il mio esame con un buon voto, qualcuno aggiungendo che il mio 30 e lode era per lui più significativo del 110 e lode della laurea), ho la presunzione di considerarmi non severo. E, tuttavia, ho ancora nelle orecchie le raccomandazioni che mi giungevano dalle autorità accademiche negli ultimi anni della mia vita universitaria a non fare arretrati e l'amichevole avvertimento di un collega, assai più scafato di me, che mi disse che ero scarsamente produttivo, perché nel diplomificio, quale oramai era diventata l'Università, costituivo un intralcio nella catena di montaggio (quasi che non si produca merito e cultura, ma certificazioni cartacee). E quanta amarezza mi ha colto quando ho appreso che, essendo andato in pensione, si erano organizzati corsi di recupero per consentire di laurearsi a chi era in debito per la mia materia; corsi che si concludevano con la discussione di una tesina scelta dello studente!

La spiegazione di questa evoluzione (inevitabile nel passaggio da un'Università riservata a pochi ad un'Università di massa) sta nei criteri scellerati con cui vengono sostenute le Università, che con i proventi delle iscrizioni (con tasse universitarie tenute basse per scelta politica) non sono in grado di sostenersi: si tiene conto del numero degli iscritti (ed è ovvio che ci si iscriva là dove è più facile laurearsi); del numero dei laureati (più alto è il numero e maggiori sono i contributi); del numero dei laureati in corso (per cui sono penalizzate le Università nelle quali il numero dei fuoricorso è maggiore). Inoltre, è necessario fare concorrenza alle Università telematiche (ce n'era proprio bisogno?). È evidente che si tratta di criteri che nulla hanno a che vedere con la qualità dell'insegnamento e con il merito dei laureati. Sono criteri, come ho detto, che si piegano alla logica di un'Università di massa, che è ben lontana da quella elitaria alla quale avevano pensato i Costituenti.

Se così stanno le cose, però, bisogna convenire amaramente con il popolo dell'uno vale uno almeno su di un punto: gli strumenti di certificazione del merito oggi non sono adeguati. Se le cose stanno in questo modo, si legittima, tuttavia, la pretesa di togliere, oggi, ogni significato alle votazioni con cui si è conseguita la laurea e, domani, di abolire del tutto il valore legale del titolo di studio. Del resto vi sono Paesi, anche di indubbia civiltà, che non conoscono tale valore. Sono Paesi in cui le Università hanno un peso per il prestigio che le accompagna e per il valore dei docenti, che vengono pagati in ragione della fama che li circondano, così che, sul mercato, la laurea che si ottiene presso questi Istituti ha un peso e un valore ben diverso da quella ottenuta altrove. Ma qui il discorso si fa lungo. Ho insegnato in piccole Università con pochi studenti ed in Università nelle quali ero letteralmente seppellito da una marea di studenti, ricevendo sempre la stessa retribuzione. Oggi, le retribuzioni dei professori universitari sono assai modeste e non incentivanti, così che molti giovani colleghi mi segnalano che gli studenti più bravi non restano nell'Università, ma cercano fortuna altrove.

Quando si parla di abolire il valore legale del titolo di studio, bisogna chiedersi anche se saremmo in grado di costruire un'Università nella quale le singole istituzioni possano competere fra di loro rendendo appetibile il posto di docente con migliori retribuzioni e con uno status complessivo di maggiore rilievo. Senza fare i conti con le tante variabili collegate alla situazione in cui attualmente versa il nostro Paese (povero di risorse e che non spende molto in cultura, che non riempie la pancia e non soddisfa bisogni immediati), discussioni sul merito e sul valore legale dei titoli di studio restano soltanto parole, che si disperdono nell'ininterrotto chiacchiericcio che caratterizza la nostra vita pubblica.

 
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Lunedì 8 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 18:48