Scene di famiglia/ La capriola di Robespierre

Scene di famiglia/ La capriola di Robespierre
Non è la famosa lettera di Totó e Peppino. C'è in scena soltanto Totó, Antonio Di Maio. Antonio Di Maio, non De Curtis, e la lettera la legge e non la scrive. La recita davanti alla telecamera e snocciola - Totò core n mano rivolto a Luigi piezz' e core, ossia il genitore che scagiona il figlio - un trattato di familismo. In cui la famiglia è fonte di verità, e «come ha scritto mia cugina, non potendo contestare l'onestà di Luigi ecco partire gli attacchi spropositati contro la sua famiglia». E ci sarebbe stata bene la colonna sonora alla Mario Merola, in cui o zappatore non se scorda a mammà.

Qui siamo nel sudismo e non nel meridionalismo. Nella napoletaneria e non nella napoletanità, che come insegna Raffaele La Capria sono due cose diverse. Questo non è il Mezzogiorno di Francesco De Sanctis, né quello di Gaetano Salvemini, che non amava il piagnisteo, o di Nitti o di Croce (che scrisse pagine sublimi su Pulcinella e il napoletano in commedia, 1899) o di Peppino Galasso. Totò core n mano s'immola per la sua creatura perché è o padre - in quanto capo famiglia, commosso e con voce tremante - che adda paga' per i figli che sono sempre innocenti e per questo non crescono mai. E però il video genitoriale non rappresenta, come vorrebbe far credere, il piccolo mondo antico fatto di purezza contadina che al massimo si spinge al fax (quello che spunta sulla scrivania di Totó) e un'Arcadia di sani valori e di fermi principi, visto che l'impronta milanese-Casaleggio sembra aver vidimato il tutto e una sorta di colonialismo comunicativo dà l'impressione di gravare su quello che non somiglia a un manufatto chilometro zero.

La pubblica umiliazione del padre, lo scuorno del patriarca per salvare il figlio, rientrano perfettamente in questo Bignami di antropologia. In cui il genitore assolve la sua progenie dopo avergli dato l'esempio da non seguire. Scagiona Luigi dopo averlo fatto partecipe di una vicenda a suo dire non edificante, ma piena di scusanti non esistendo mai quaggiù un mea culpa degno di questo nome, e dunque Di Maio senior dice a tutti che il junior - o piccirello - è assolto pur essendo coinvolto.

In questo video-riassunto c'è il melodramma. C'è il vittimismo per cui è la crisi economica che avrebbe spinto Totò core n mano a fare gli imbrogli che ha fatto e così non solo l'abusivismo è di necessità, ma anche l'elusione fiscale e tutto il resto lo sono. E' il contesto il vero colpevole, o almeno è il mandante. C'è poi la minimizzazione per cui i reati vengono chiamati errori. C'è l'autolesionismo, altra caratteristica sudista ma in generale anche grillina, per cui chi chi fa della purezza un totem contundente rischia di trovarselo sbattuto sulla testa. C'è la continuità spacciata per cambiamento (non scomodiamo il Gattopardo, perché la Sicilia non è Pomigliano) visto che tutto può trasudare da quel video meno che un idea di futuro.

E insomma, mbruoglie aiutame: ecco la filosofia ancestrale che fa da morale al filmato di Totó. Quello vero, il De Curtis, diceva: «Io sono integro e puro, sia di corpo che di spirito. Non ho commesso peccati né di carne né di pesce». Di Maio senior non la rivolge a se stesso, ma sposta sul figlio questa dichiarazione di purezza. Ed è quasi più goffa questa excusatio casaleggian-pomiglianese - che qualche effetto deve averlo avuto visto che su Twitter si leggono cose del tipo: «Commuove vedere in questa Italia un padre che sa chiedere scusa» - piuttosto che l'autodifesa cinese di Dolce &Gabbana. In entrambe, ognuna al proprio livello, c'è la nemesi. La comunicazione che è stata la forza di M5S è diventata ora il suo tallone d'Achille. Le Iene che molto hanno alimentato le fortune del movimento adesso rischiano di divorarlo. E il suono delle zampogne e delle tarantelle non pare capace di addolcire il pulp e di fermare questo contrappasso. Di sicuro questa è una storia esemplare. Al netto delle responsabilità penali che sono sempre personali e delle colpe dei padri che non ricadono sui figli, la vicenda proviene da un contesto tutt'altro che illibato e trasparente ed è bene nella vita non assumere mai toni da Robespierre, anzitutto perché l'algoritmo di Robespierre si compone di una serie di calcoli che una volta impostati portano tutti allo stesso risultato: la testa tagliata. Per le stesse ragioni per cui l'Incorruttibile le tagliava agli altri, poi la tagliarono a lui. Qui è tutto metaforico e assai meno epico, per fortuna, ma l'algoritmo un po' è quello. Ed è bene non assumere toni giacobini, come s'è troppo e troppo a lungo fatto, perché altrimenti la comprensione che da garantisti noi oggi abbiamo, sul caso che riguarda il vicepremier, il cittadino Luigi figlio di don Antonio non potrebbe e non dovrebbe averla per se stesso, se coerente con la propria impostazione. Il primo a condannare Di Maio sarebbe insomma Di Maio.
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Martedì 4 Dicembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 16:14