Ventotto parlamentari conquistati su 28 nell’uninominale tra Camera e Senato in Sicilia; 24 su 24 (8 al Senato e 16 alla Camera) in Puglia; tre senatori su quattro e 6 deputati su otto eletti in Calabria, sempre nell’uninominale; 22 collegi uninominali su 22 conquistati alla Camera e 10 su 11 al Senato in Campania; 3 collegi senatoriali su 3 e 6 su 6 alla Camera, sempre nell’uninominale, in Sardegna; uno su uno al Senato e due su 2 alla Camera nel Molise. I numeri del successo del M5S al Sud sono schiaccianti, non ammettono repliche, non permettono neppure la ricerca di un (solo) capro espiatorio, perché il voto pro movimento guidato da Luigi Di Maio è stato talmente omogeneo, collegio per collegio, provincia per provincia, da rappresentare un modo di sentire radicato tra i cittadini-elettori. Un voto di protesta certamente, contro chi nella classe politica e dirigente, sia quelle di destra che quella di sinistra, non ha voluto cogliere i segnali di insofferenza verso i privilegi, né dare risposte a un disagio economico e sociale che non ha mai abbandonato il Sud e i tanti decreti Mezzogiorno messi in campo negli ultimi anni, spesso senza convinzione, non potevano certo sanare. L’ultimo decreto Mezzogiorno, quello che promette di creare 100.000 nuove imprese in 4 anni finanziando le start up imprenditoriali dei giovani con un finanziamento a fondo perduto del 35 per cento del finanziamento complessivo, non ha convinto. Ma anche un voto di speranza. Può darsi che gli italiani, soprattutto quelli che vivono al Sud, siano attratti dal reddito di cittadinanza (780 euro al mese) più che dai finanziamenti a fondo perduto per nuove imprese. Da un modo diverso di intendere la politica, intesa come servizio? Si vedrà.
Non si sono dimostrati credibili come leader alternativi nati e cresciuti nelle coalizioni di centrodestra e centrosinistra né i governatori (al Sud tutti di centrosinistra con la sola eccezione, dal novembre 2017, della Sicilia, dove ha vinto le elezioni un presidente espressione del centrodestra). In Puglia neppure lo spirito grillino di Michele Emiliano ha portato consensi alla coalizione guidata dal Pd e ai candidati proposti nei collegi uninominali dallo stesso governatore. Tant’è che non c’è stata grande differenza tra le percentuali ottenute dai candidati alle politiche che si erano schierati con Emiliano rispetto a quelli che al congresso avevano scelto Renzi. I voti ottenuti nei collegi uninominali dal M5S sono il 44,11 per cento del totale, quelli della Camera il 44,94 per cento.
Le truppe cammellate degli amici, o almeno quelli che tali erano al momento delle elezioni regionali del 2015 e si presentarono in varie liste civiche ispirate da Emiliano, non hanno garantito alcun sostegno ai candidati del Pd nei collegi. Le sagre del programma, gli inviti al Pd e il suo personale impegno a sostenere un governo a guida M5S in caso di affermazione del Movimento (come poi è effettivamente accaduto) non hanno convinto alcun elettorale a scegliere la copia di un pentastellato al posto di un vero pentastellato. Neppure il reddito di dignità messo un campo da Emiliano in Puglia è servito alla causa.
Anzi, è accaduto in provincia di Bari e nel capoluogo regionale che alcuni esponenti civici che erano stati vicini a Emiliano hanno colto l’occasione delle elezioni politiche per indebolire al massimo il sindaco di Bari, Antonio Decaro, punto di riferimento di Matteo Renzi in tutta la Regione in vista della prossime amministrative di Bari, che si svolgeranno il prossimo anno. Gli stessi civici hanno trovato il modo di regolare i conti anche con un altro pezzo da novanta della politica barese, Massimo Cassano, la cui candidatura proposta dal centrodestra è stata bocciata nel collegio uninominale per la Camera di Bari-Bitonto. Si dice che i civici vicini agli ex consiglieri regionali Giacomo Olivieri e Nicola Canonico abbiano dato indicazioni di voto proprio per il M5S così da indebolire il centrodestra e il centrosinistra. E’ certo che ha votato per il M5S l’ex presidente del Consiglio comunale di Bari, Pasquale Di Rella. E’ stato lo stesso Di Rella, eletto nel 2014 con il Pd, a spiegare che avrebbe votato per il movimento di Di Maio. Ed è sempre Di Rella il candidato su cui Olivieri e Canonico vorrebbero puntare per “liberare Bari dal renzismo e dai suoi uomini”, in primo luogo da Decaro. Vorrebbero segnali in tal senso dallo stesso Emiliano, con il quale i rapporti sono incerti ma non di contrapposizione.
Nel collegio della Camera di Bari Bitonto il M5S ha ottenuto il 50,09 per cento, a Bari città il 43,27. in quello di Brindisi il 44,50 per cento con una candidata, Anna Macina, residente a Erchie e sconosciuta, in quello di Francavilla Fontana-Manduria il 47,42 per cento. Nel collegio uninominale della Camera di Taranto il M5S ha ottenuto il 47,70 per cento. A nulla sono valsi gli impegni di Emiliano sull’Ilva e la legge regionale per Taranto. Il Pd si è fermato al 15.97 per cento (la metà dei voti rispetto al centrodestra). Stesso discorso nei collegi uninominali del Senato.
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Martedì 6 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 11:29