D'Alema accelera: «La scissione non è una tragedia, ma una chance per ricostruire il centrosinistra»

Massimo D'Alema
Inarca il sopracciglio, i baffi sembrano lame affilate, e dopo quasi un’ora di dissertazione su populismi, destra protezionista, globalizzazione, nuove povertà, «bisogno di protezione», sinistra che «sa solo rappresentare le élite» senza orizzonti e senza popolo, e che non può ritenere che «iniettare populismo a bassa intensità» sia «il vaccino», dopo insomma ricche dosi di visioni e scenari di respiro ampio, Massimo D’Alema condensa in 10-15 minuti la traccia della scissione per lui ormai irreversibile, dello schiaffo a Matteo Renzi, in un distillato di puro dalemismo: «Si parla di scissione, ma non è una tragedia terribile, certo non è una festa, ma se alla fine non vengono lasciate alternative, è anche l’inizio di un’opera di ricostruzione e di riorganizzazione di un campo di forze che altrimenti rischia di ripiegare e disperdersi».

Assemblea a Lecce. È il suono del gong, il round cruciale è ufficialmente cominciato: da Lecce, dove ha riunito la prima assemblea di Consenso (la rete nata dopo l’esperienza dei comitati referendari), l’ex premier disegna il tracciato strategico, tattico e “culturale” che porterà alla fondazione «di un movimento aperto, non di un partitino». La sala dell’hotel Tiziano è gremita (padroni di casa il consigliere regionale Ernesto Abaterusso e il segretario provinciale Salvatore Piconese), il Salento resta sempre uno degli incubatori dalemiani, il primo luogo in cui imbastire sfide e sperimentazioni. L’ex premier alza il tiro ed è un messaggio di fuoco anche a chi, nel Pd e pur da antirenziano, cerca ancora disperatamente mediazioni con Renzi: innanzitutto, prova a smontare i teoremi basilari del renzismo (in un contesto che «chiede protezione» il premier ha proposto «ricette neoliberiste da blairismo anni 90 senza misurarsi con le sfide di oggi») e poi incenerisce l’equazione “scissione=tragedia” che pure spaventa la minoranza dem. «Non è una scissione, sarebbe un’opera di ricostruzione. La scissione è già largamente avvenuta», sentenzia lapidario. Con scaltrezza, D’Alema lascia però aperto lo spazio teorico per una miracolosa ricomposizione della frattura: «Vorremmo un congresso serio e una preparazione adeguata, non un blitz, non un plebiscito manipolato che non può essere la via d’uscita dalla crisi, visto che la renderebbe irreversibile»: se è così, bene e «ci sono già delle candidature, altre magari ne verranno», altrimenti «ognuno si prenderà le proprie responsabilità». È il colpo di mortaio che annuncia l’apertura delle ostilità e l’addio.

Prudenza iniziale. Arrivato al Tiziano, davanti a microfoni e taccuini D’Alema aveva invece fatto melina, spiegando di «non sapere nulla di telefonate tra Renzi ed Emiliano», limitandosi a uno sferzante «mi fa piacere», ribadendo le richieste di Bersani su governo, riforme, congresso, e puntualizzando con tono piccato che «io non promuovo scissioni»: «Mi occupo di contenuti, di problemi, di disoccupazione, di Sud», affermazione che sostituisce il vecchio refrain («mi occupo di questioni internazionali»). Evidentemente è stato ritoccato il raggio d’azione.

«Si recuperano voti a sinistra». D’Alema, sostanzialmente, intravede persino un’opportunità nella scissione: «Se sorge un movimento forte a sinistra a fronte della deriva neocentrista del Pd, la somma dei voti è assai maggiore di quelli che otterrebbe il Pd. Dal punto di vista del fare argine al pericolo della destra populista, un movimento così recupererebbe molti elettori che mai andrebbero a votare per il Pd di Renzi, ne conosco alcune migliaia, e sarebbe capace di contendere una parte d’elettorato ai cinque stelle». «Il problema ora è come si ricostruisce il campo di forza. Io penso a una fase costituente aperta, in cui confluiscano non solo personalità politiche, ma anche società civile, mondo del lavoro, corpi intermedi, per tenere aperta la prospettiva di un centrosinistra unitario. L’attuale leadership del Pd cerca inesorabilmente una deriva neocentrista, mettendo in conto una rottura a sinistra, a meno di non trovare una sinistra di ascari...». La «necessità di una svolta politica profonda» o «passa da un congresso Pd vero» che implica fiducia no limits al governo Gentiloni, nuova legge elettorale, «affrontare i nodi posti dalla Cgil col referendum», e poi «primarie a ottobre», oppure tanti saluti se c’è solo «l’urgenza di dare pieni poteri al capo in vista di urgenti rivincite che potrebbero essere catastrofiche sconfitte». Resta comunque «saggia» la proposta di «una conferenza programmatica» formulata da Andrea Orlando, «non certo un pericoloso eversore».

I candidati e il congresso. E in caso di congresso? Le candidature in campo ci sono, «altre ne verranno», e se di Speranza «ho apprezzato la coerenza e l’impegno a tenere insieme l’area d’opposizione», se con Rossi le relazioni ci sono, a Emiliano dà quasi il “bacio della morte”: «Col suo stile, ma apprezzo la sua franchezza. Lo conosciamo, a modo suo si è schierato dalla parte giusta. Ha una potenza di fuoco non indifferente, se si schiera va apprezzato». Il congresso però nella dialettica dalemiana è opzione residuale, è «più probabile un’accelerazione di Renzi, anche perché sa che sul lungo periodo può perdere tutto. L’uomo ha ambizioni modeste, sa bene che non prende il 40%, e punta a portare in Parlamento un gruppo di fedelissimi che gli ubbidiscano».

Chiamata alle armi. È una strenua politicizzazione della rottura, perché «non siamo dei matti che minacciamo solo perché non ci piace la data del congresso». È una chiamata alle armi, D’Alema lo lascia trasparire senza filtri agli sgoccioli del torrenziale discorso: il «movimento» per «una sinistra che torni a fare il suo mestiere» con una «svolta autentica», non ha ancora «un nome, un marchio», ma l’avvertenza è che sarà «una fatica immensa», «ci sentiremo sollevati, ma poi verrà il gravame». Si parte da qui, da Lecce: nella pancia del dalemismo la scissione è molto più d’una suggestione.
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Sabato 18 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 11:34