L'analisi/Emiliano e le nomine in Aqp: il "re taumaturgo", il doppio registro e i rischi per il 2020

Michele Emiliano e Simeone Di Cagno Abbrescia
«Il re ti tocca, Dio ti guarisce». Nel 1924 lo storico francese Marc Bloch pubblicò “I re taumaturghi”, saggio che indagava sulla tradizione medievale (una fake news ante litteram) dei sovrani francesi muniti di poteri miracolosi. Bastava la règia imposizione delle mani per beneficiare della guarigione da terribili pestilenze. La Seconda Repubblica è popolata da frotte di re taumaturghi, che a destra e a sinistra con un tocco convertono al proprio credo politico i miracolati di turno. Di certo però Michele Emiliano è un campione come pochi, quantomeno in Puglia: ha sempre sbandierato un prodigioso e bulimico potere di “illuminazione politica” del prossimo, anche del più irriducibile post-fascista. Nel 2015, in campagna elettorale, spiegò: «Ho sempre vinto le elezioni grazie agli elettori di destra». E le liste erano un mosaico parecchio variegato. Del tipo: lui converte e “guarisce”, gli altri fanno inciuci. Il metodo però ora sembra un bel po’ appannato, e il centrosinistra già trema in vista delle regionali 2020.

Il doppio registro Roma-Bari. Aver cooptato ai vertici di Aqp Simeone Di Cagno Abbrescia (ex sindaco barese ed ex parlamentare forzista) non deve sorprendere, ed è anzi il simbolico manifesto di una carriera costruita su tre livelli: Emiliano pre-politico e “populista a bassa intensità” nell’approccio all’elettore; Emiliano post-politico che abbatte tutti gli steccati nel nome di un sincretismo che salda e rimescola sinistra, centro, destra e che nella sua leadership ha il principale (o unico) collante; Emiliano politico allo stato puro, che fa di calcolo e stringe intese con pezzi di ceto dirigente e portatori di voti. C’è un quarto livello, ben noto su scala nazionale: Emiliano che fa l’alfiere della “purezza”, l’erede della sinistra incontaminata, il teorico della condivisione e della partecipazione e che accusa di trasformismo, inciuci, lobbismo e leaderismo praticamente tutti, a cominciare da Matteo Renzi. Una veste barricadera che stride con la costruzione del consenso e la gestione centralizzata, muscolare, a volte spregiudicata del potere esercitate in Puglia. Ma il doppio e contraddittorio registro, sciorinato tra Roma e Bari, è ormai una cifra caratterizzante di Emiliano. Del resto, immaginate cosa direbbe “Michele il rivoluzionario” di “Emiliano il governatore” dopo il valzer di nomine in Aqp: si straccerebbe le vesti, griderebbe allo scandalo, chiederebbe un cambio di passo. In sostanza, ciò che ieri ha fatto una larga fetta del “suo” centrosinistra. Lo stesso Nichi Vendola, il cui decennio di governo è stato platealmente sconfessato da Emiliano durante la campagna elettorale del 2015, nei giorni scorsi ha ribadito tranciante: «In Puglia c’è un modello iper-trasformista». La mente allora corre ad altre illustri cooptazioni: Francesco Schittulli, candidato governatore del centrodestra, ora nel board di esperti e consiglieri politici di Emiliano; Francesco Spina, eletto sindaco di Bisceglie col centrodestra, ora nel Pd e in InnovaPuglia; Alfredo Borzillo, ex forzista oggi commissario dei Consorzi di bonifica; Fabrizio D’Addario, anche lui ex FI ed ex fittiano, nominato prima all’Amgas, poi ai vertici di InnovaPuglia e infine alla guida della SanitàService di Bari; Saverio Tammacco, altro ex forzista, nel Cda di PugliaSviluppo; in giunta c’è Salvatore Ruggeri, assessore Udc che alle politiche del 4 marzo s’è speso per il centrodestra. Raramente Emiliano ha motivato la ratio delle sue nomine, di certo sfugge il perché dell’opzione Di Cagno Abbrescia, nemmeno condivisa con la maggioranza. Dalla Regione argomentano: non avrà ruoli operativi. Il che, più che diluire l’impatto della scelta, la rende ancora più enigmatica. Forse la chiave è nella volontà di annettere alla causa delle elezioni baresi del 2019 e regionali del 2020 un aggregatore di voti? Ma in ballo c’è la principale società pubblica del Mezzogiorno, che si occupa di una risorsa nevralgica ed è chiamata a sfide cruciali: non è poco.

Lo scenario. L’impressione è che la nomina di Di Cagno Abbrescia sia l’ultimo residuo di una fotografia in progressivo e inesorabile sbiadimento: quella di un governatore in luna di miele e diretta connessione con i pugliesi, e dunque onnipotente, dal tocco magico e immune alle critiche mosse alla “politica dei partiti”. L’affaire Aqp è una spia che pulsa forte: Emiliano pensa ancora di poter somministrare la narrazione della sua “alterità” rispetto a Renzi o a chicchessia, e di godere così di una legittimazione popolare slegata da vincoli. Riposare tra questi presunti guanciali significa non aver letto del tutto la fase politica: la slavina cinque stelle non fa distinzioni, non travolge il Pd renziano e risparmia invece quello emilianiano, né le continue aperture di credito ai pentastellati rappresentano il passepartout per un condono; il malessere crescente del centrosinistra pugliese non è il capriccio di qualche volubile consigliere regionale, ma è la misura di dossier irrisolti, urgenze, promesse tradite, territori in subbuglio e di un metodo di governo troppo impostato sull’accentramento e quasi mai plasmato su quella partecipazione sempre evocata. Il rischio, che prende ormai la forma del terrore nel Pd, è quello di uno smottamento inesorabile e fatale verso il tracollo alle elezioni 2020: la narrazione emilianiana e l’assemblaggio di ceto politico non basteranno più. Scriveva Jacques Le Goff nella prefazione de “I re taumaturghi”: «Il miracolo esiste a partire dal momento in cui ci si può credere, e tramonta e poi sparisce quando non ci si può più credere».
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Giovedì 22 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 11:54