Si compongono le squadre
tra conta dei parlamentari
e prime guerre interne

Si compongono le squadre
tra conta dei parlamentari
e prime guerre interne
Niente più forchette e oscillazioni: ora sì, finalmente ci siamo. O quasi. Il Viminale ha suddiviso anche la torta del proporzionale, resta solo qualche briciola residua: assegnati di fatto tutti i seggi di Camera e Senato grazie alla roulette dei listini plurinominali. La polaroid del nuovo Parlamento italiano è ormai nitida, è all’insegna dello stallo, e dal 23 marzo si metteranno in moto gli ingranaggi per l’elezione dei presidenti di Montecitorio e palazzo Madama. Alla Camera la coalizione più folta è il centrodestra: 260 deputati, il gruppo di testa è la Lega (124), poi Forza Italia (104), infine Fratelli d’Italia (33) e Noi con l’Italia (6, tutti frutto degli uninominali perché il movimento non ha superato la soglia di sbarramento del 3%). I cinque stelle sono il primo partito (229 parlamentari), il centrosinistra si ferma a 112 deputati, Liberi e uguali a 14 unità. Questo il borsino pugliese: 28 per il M5s, 9 al centrodestra (6 forzisti, 2 leghisti, uno per FdI), 4 al Pd e uno a Leu. Stesse proporzioni al Senato: 135 per il centrodestra (57 a testa per FI e Lega, 17 a FdI, 4 a Noi con l’Italia), 112 senatori per il M5s, 57 del centrosinistra e 5 per Leu. In Puglia 14 pentastellati, 3 berlusconiani, un leghista e due senatori Pd.

Le maggioranze sono miraggi, anche lontani. E sul “mercato” parlamentare infuria allora il toto-alleanze, trasversali e fino all’altro ieri ipotizzabili soltanto nella dimensione della fanta-politica. Un binario che ne interseca molti altri: dal rodeo delle consultazioni al Quirinale all’elezione dei presidenti di Camera e Senato, fino alle fratture interne ai partiti (soprattutto il Pd) su strategie e scelte nevralgiche. Il meccanismo di “incoronazione” del presidente del Senato, con il ballottaggio già al secondo giorno, potrebbe accelerare la road map verso il patto di maggioranza oppure rallentare e frenare la gestazione di accordi. Verso il 23 marzo, da ieri, partiti e coalizioni abbozzano le mosse alla luce dei numeri sfornati dal Viminale. Soltanto cinque partiti (M5s, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Pd) hanno le credenziali numeriche per costituirsi in gruppi parlamentari (minimo 20 deputati e 10 senatori), per tutti gli altri sarà gruppo Misto. Un calderone che promette d’essere ben stipato, perché gli eletti cinque stelle travolti dal caso rimborsi sono stati di fatto espulsi dal M5s, a stretto giro però non potranno dimettersi, e allora stazioneranno nel Misto: tra loro c’è anche il salentino Maurizio Buccarella.
Il muro pentastellato, soprattutto al Sud e in Puglia, resta comunque inscalfibile: il M5s ha costruito qui le sue fortune e il 45% di consensi, consolidando l’elettorato “strutturale” e saccheggiando voti al Pd e al partito dell’astensionismo. Lo raccontano, scattando fotografie nitide, i principali pool di ricerca, dall’Istituto Cattaneo a Swg. Ecco: in tutto il Paese, circa il 17% di vecchi elettori del centrosinistra ha virato verso il Movimento cinque stelle. Va da sé che la percentuale si dilata nelle regioni meridionali. Secondo Swg, è peraltro sorprendentemente omogenea la spalmatura pentastellata sui ceti sociali: restano sempre il primo partito, col picco nelle fasce medio-basse (37%), ottima tenuta nel ceto medio (34%), flessione ma non crollo nel medio-alto (29%). Proiettando la lettura al Sud e in Puglia, il 45% matura insomma seguendo traiettorie legate non soltanto all’ondata ribellista e al voto di rabbia e rottura delle classi socialmente più disagiate. Sempre Swg ha radiografato specifiche fasce anagrafiche: ha votato per i cinque stelle il 43% dei diciottenni italiani con un’affluenza dell’81%, tra gli anziani (affluenza al 64%) prevale invece il Pd (26%) e il M5s si ferma al 22%. Emblematico anche il riposizionamento delle partite Iva: i piccoli imprenditori (affluenza alta: 81%) per il 30% hanno scelto i pentastellati.
L’analisi dei flussi può forse aiutare a interpretare quale sarà l’approccio dei parlamentari pentastellati eletti al Mezzogiorno e in Puglia e qual è la platea elettorale (vasta, variegata) a cui proveranno a dare risposte. Un rebus invece le mosse degli altri eletti in Puglia, ma le loro scelte sono aggrappate alle strategie dei partiti. E all’eventuale governo che verrà.
Siamo alle prime schermaglie, ma le posizioni sul terreno di battaglia cominciano a delinearsi. Il centrodestra ha il maggior numero di deputati e senatori, si presenterà unito alle consultazioni al Quirinale e chiederà l’incarico per Matteo Salvini. Il M5s rivendica il titolo di primo partito nelle due Assise e ritiene d’avere di riflesso il ruolo del king maker. Luigi Di Maio “vede” Palazzo Chigi, anche a costo di inseguire alchimie mai preventivate, da un patto con il Pd a quello con una porzione del centrodestra. La cornice è questa, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato potrebbe essere “merce di scambio” per imbastire trattative sottotraccia, e i confini di partiti e coalizioni non sono mai stati così fluidi,
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Mercoledì 7 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 12:11