L'analisi/Brindisi, Lecce e Taranto: tre capoluoghi, un solo "colore". Per il centrosinistra e il territorio è una chance

Riccardo Rossi, nuovo sindaco di Brindisi
Come se fosse una congiunzione astrale, o giù di lì. Quasi un inatteso capriccio della sorte, o quantomeno l’accavallarsi di fattori tra loro diversi e slegati, più che il frutto di un’accurata semina o di una studiata strategia politica orchestrata da una regìa nazionale o regionale. Guai però a sottovalutare il segnale e a non coglierne le opportunità, gli sviluppi, la possibilità di giocare di sponda su progetti comuni. Brindisi appena un anno dopo s’aggiunge a Lecce e a Taranto: in 12 mesi si ribalta e si tinge dello stesso colore la geopolitica del Grande Salento, inaspettatamente tre amministrazioni comunali di centrosinistra, tre sindaci “irregolari”, outsider, per nulla organici a nomenclature di partito (almeno al momento della vittoria) e comunque refrattari alla “spada sulla spalla” e al tocco taumaturgico da Roma o da Bari, tre coalizioni laboratorio, tre successi a sorpresa, tre città ognuna a modo proprio ostiche da governare. Le simmetrie tra le esperienze di Riccardo Rossi, Carlo Salvemini e Rinaldo Melucci per ora si limitano a questa carrellata. Tutto il resto cambia, e non poco: cambia la biografia politica dei tre sindaci, cambia il paradigma fondativo delle tre coalizioni, cambiano le condizioni ambientali, l’ecosistema politico, il quadro socio-economico.

I fattori chiave. Non è ovviamente il germoglio di un nuovo centrosinistra, ci mancherebbe. Né può bastare per ricostruire. C’è però una stessa spina dorsale che attraversa le tre vicende elettorali. Innanzitutto ci sono errori o debolezze degli avversari: lo sfaldamento e le spaccature del centrodestra, che così cede praterie al centrosinistra (nel caso di Lecce dopo 25 anni di egemonia), o l’acerbo radicamento territoriale dei cinque stelle (nei comuni il peso “ideologico” del simbolo si affievolisce). Secondo elemento: lo “spontaneismo” delle tre candidature, maturate senza un’eccessiva ingerenza dei ceti politici sovraordinati, quasi il naturale sbocco di una pace armata tra gruppi dirigenti del Pd e della coalizione. Viene da commentare, un po’ maliziosamente: Brindisi, Lecce e Taranto alla vigilia erano tre partite che sembravano perse in partenza per il centrosinistra, e allora sarà per questo che i vertici dei partiti hanno lasciato fare senza intromettersi più di tanto - anche perché altrimenti si sarebbe corso il rischio d’intestarsi la sconfitta. Non è un caso se, un minuto dopo il trionfo elettorale, sul carro di Rossi, Salvemini e Melucci hanno cominciato a salire e sgomitare un po’ tutti, dai parlamentari al governatore. C’è poi un terzo fattore-collante delle tre esperienze: il trasversalismo, ingrediente però declinato con sfumature cangianti. I tre sindaci hanno stretto un patto con la cittadinanza che prescinde dal dna politico e hanno pescato dagli altri schieramenti: Salvemini, un riformista ex ed extra pd, ha sancito in corso d’opera l'accordo con una quota di centrodestra (amministratori ed elettori d’area) che voleva tagliare i ponti col passato; Melucci, imprenditore al debutto in politica ora iscritto ai dem, ha la capacità di tenere insieme tutte le istanze di una città lacerata come la Taranto dell’Ilva, e per ora lo sta facendo senza vuota retorica e senza inciampare in contraddizioni; Rossi, movimentista e ambientalista di sinistra, ha sentito e interpretato il bisogno brindisino di una linea-guida chiara e trasparente dopo anni di smarrimento. Quarto elemento, che sintetizza i precedenti: il centrosinistra per vincere deve banalmente fare il centrosinistra, e cioè intercettare i bisogni senza strumentalizzare rabbia e protesta, proporre risposte serie e concrete senza alimentare false illusioni e senza disconoscere i valori dello sviluppo, delle competenze, della modernità. Le premesse ci sono, due sindaci su tre hanno già un anno di lavoro alle spalle, ora è il tempo dei risultati.

L'opportunità di fare squadra. Non solo. Il brodo di coltura simile quasi obbliga i tre sindaci al gioco di squadra e alla progettualità comune. Il patto del Grande Salento è stato sperimentato già in passato, dai sindaci di centrodestra (Domenico Mennitti, Adriana Poli Bortone, Rossana Di Bello) e dai presidenti di Provincia bipartisan (l’ultimo coordinamento risale all’esperienza Massimo Ferrarese-Antonio Gabellone-Gianni Florido). In un ciclo storico caratterizzato dalla nebulosità dei confini politici, dall’aggressione dei populismi (anche endogeni al Pd), dall’ascesa di nuovi movimenti e dal fiorire di alleanze fino a poco tempo fa impensabili, insomma in un frangente così caotico avere alleati politici e territoriali non guasta affatto. Anzi. Trasporti, ambiente, imprese, Zes, infrastrutture, più in generale il gap che tormenta l’area meridionale della Puglia sono battaglie comuni che meritano d’essere rivendicate battendo insieme il pugno sul tavolo e provando a imporsi con una voce tre volte più forte. A Roma, dove il governo gialloverde non è certo indulgente con tutto ciò che è centrosinistra. E a Bari, dove il colore dell’amministrazione è “amico”, e dove però c’è un governatore in rapporti sì cordiali, ma certo non di straordinario feeling con i tre sindaci. Anche dalla capacità di guardare insieme e con coraggio oltre il ristretto confine cittadino passano successi, sorti e legittime, future ambizioni di Rossi, Salvemini e Melucci.
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Giovedì 28 Giugno 2018 - Ultimo aggiornamento: 14:31