Rossi Stuart e la vocazione, "Mi vedevo muratore"

Rossi Stuart e la vocazione, "Mi vedevo muratore"
«Il mestiere di attore è una ricerca di crescita»: e lui che mangiando pane e cinema è diventato uomo può dirlo forte. Altissimo, sguardo dolce ragazzino, schivo come pochi suoi colleghi, Kim Rossi Stuart protagonista ieri sera al Festival del Cinema Europeo a Lecce ha ritirato l’Ulivo d’Oro dopo una intensa giornata di incontri, al mattino con le scuole arrivate al Multisala Massimo, poi con i giornalisti e infine la serata con la premiazione accompagnato da Enrico Magrelli e Alberto La Monica, organizzatore della kermesse.
Introspezione e autoanalisi sono la base del cinema di Kim con all’attivo personaggi impegnativi sin dalle prime opere come “Senza pelle” o “Le chiavi di casa”, e come regista con film come “Anche libero va bene” e il più recente “Tommaso” presentato ieri sera. La 19esima edizione del festival leccese gli ha dedicato l’omaggio che ogni anno riserva a un protagonista del cinema italiano riprogrammando in questa settimana molti suoi film, ma presto potremmo ritrovarlo a un festival letterario perché ha annunciato di voler pubblicare un libro di racconti che saranno propedeutici a nuove pellicole: «Forse prima di Natale».
Kim, oggi 49enne, ha esordito giovanissimo sulla scia di suo padre Giacomo Rossi Stuart, attore dalla lunga carriera alle spalle. «Un bambino della scuola mi ha chiesto se ho fatto l’attore perché mi piaceva o perché lo voleva mio padre – ha spiegato l’attore regista romano – io ancora non l’ho capito esattamente, e ho creduto a lungo di non essere portato per fare questo mestiere. Mi venivano i sudori freddi sul set, facevo uno sforzo enorme. Non ho esattamente capito, forse sarei stato portato per lavori più semplici, tipo muratore, mi piaceva l’idea dell’edilizia acrobatica. Il ruolo della regia mi sembra invece più congeniale, perché sono meno in prima linea ed è un lavoro organizzativo, meno istintivo».
Leggenda vuole che, pur avendo un padre attore, da ragazzino Kim Rossi Stuart abbia conosciuto Pietro Valsecchi per caso. «È storia vera – dice – stavo facendo l’autostop sul raccordo anulare, perché quando io avevo 12 o 13 anni nei primi anni Ottanta si usava farlo. Mi diede un passaggio Valsecchi che allora non era ancora produttore, ma faceva l’aiuto regista e mi chiese se volevo fare il provino per una nuova serie televisiva. E così iniziai».
Invece di iniziare il Liceo artistico, divenne protagonista della miniserie “I ragazzi della valle misteriosa” nel 1984 che gli aprì tante porte fino al ‘91 quando la sua popolarità esplose con la favola televisiva “Fantaghirò”. Da allora le scelte sono state sempre sottoposte a un’accurata selezione (come si evince scorrendo la sua lunga filmografia).
Tra le sue interpretazioni più celebri, ci sono anche personaggi “negativi” come il Freddo in “Romanzo Criminale” o l’intenso Renato Vallanzasca. «Interpretare Vallanzasca mi ha permesso di esplorare l’universo della rabbia, cosa importante, pur mantenendo sempre al centro della mia vita la questione morale» ha spiegato ieri.
L’esperienza alla regia non lo ha cambiato, anzi, ha spiegato che «se inizialmente pensavo che mi sarei finalmente rilassato sul set, come tanti miei colleghi attori, prendendola con più leggerezza, ho invece ripreso esattamente il sacrificio e la Via Crucis che mi è necessaria per recitare. Anche nell’ultimo lavoro in tv, “Maltese”, ho combattuto come se fossi in trincea, non ho dormito la notte per lavorare sui dialoghi. Devo avere sempre la sensazione di dissanguarmi per dare tutto quello che ho».
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Venerdì 13 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 12:44