Tino Schirinzi, l'ultimo salto mano nella mano. E la figlia emersa dal passato

Incipit. Pochi sanno che a Tino, nell’agosto del 1993, restavano ormai pochi giorni di vita. Solo ore, per dirla tutta. Attimi. Istanti. Non molto tempo prima aveva accusato dei disturbi alla gola. All’inizio solo un fastidio. Poi un dolore, sempre più forte, da togliere il fiato, strozzare il respiro. La diagnosi era arrivata feroce, infausta. “Mi ha ripreso la cattiveria”. Lui la chiamava così: sapeva bene cosa fosse il cancro, e non solo per la laurea in Medicina conseguita per fare contenti i suoi. Vent’anni prima, nel 1972, un tumore linfatico lo aveva costretto a un intervento invasivo che gli aveva lesionato i tendini del braccio destro e, in parte, le corde vocali. Un handicap insuperabile per qualsiasi attore, e attore di teatro poi. Ma non per lui. Il ritorno della “cattiveria” nel 1992, però, sarebbe stato devastante. “Devo andare a Parigi a operarmi. Non so se torno. Ti saluto qua. Poi se ci rivediamo, meglio”, l’ultima sua telefonata a un amico. Tornò. Sembrava essersi ripreso, ma durò poco. Il pomeriggio del 18 agosto 1993, giorno del compleanno di Desy, sua moglie, uscì di casa con lei, addosso a entrambi gli stessi vestiti chiari del matrimonio celebrato sei anni prima. Salirono in macchina. Sparirono.
 
 

L’artista. Tino Schirinzi era nato a Taranto il 12 agosto 1934. Gli dicevano che aveva tutto per essere un attore, un istrione, un mattatore sul palco. Vuoi la tempra, l’indole, il carattere. Insomma: ci era nato, lui, col mestiere cucito sulla pelle. Lo diranno i fatti, la carriera, i successi. Ma da ragazzo non ci pensava. L’educazione borghese dei genitori, papà Tullio e mamma Giovanna, era orientata ad altro. Medicina, certo. Aveva frequentato il liceo classico, l’Archita, un’istituzione in città. Per i docenti, tuttavia, era “un discolo, un indisciplinato”. Poi si era iscritto davvero a Medicina, a Padova. Quattro anni al nord, a studiare e guadagnarsi da vivere suonando con un’orchestrina. Il pensiero continuo a Taranto, tappa fissa nei momenti liberi, col caldo soprattutto, e a Marisa, la fidanzata. Si conoscevano dai tempi della scuola.

Poi la ragazza era rimasta incinta. Estate 1958. In ottobre il matrimonio a Taranto, nella cattedrale di San Cataldo, il patrono. Subito dopo, infine, il trasferimento a Roma, per consentire a Tino di proseguire gli studi di specializzazione in Pediatria. Pochi mesi ancora ed ecco l’arrivo di due gemelli, Giovanni e Domenico. La gravidanza e il parto non erano stati semplici: Giovanni era venuto alla luce con gravi problemi, morirà ad appena nove anni; Domenico, invece, vivrà un’esistenza difficile, complicata, riflesso diretto di un carattere ipersensibile e problematico. Sarà molto accudito dai nonni, spesso ospitato in strutture adeguate. Se ne è andato pochi anni fa.

Le famiglie del Sud, il primo stato sociale. Il loro sostegno aveva consentito alla giovane coppia di resistere e a Tino di studiare. Poi i primi passi nel mondo dello spettacolo: si era iscritto al Centro universitario teatrale, frequentando per un paio d’anni i corsi insieme con Gigi Proietti e Nando Gazzolo nonostante il suo pezzo d’ammissione, un brano di Cechov, non avesse convinto la commissione presieduta da Federico Fellini e Giulietta Masina. Estro e inventiva, l’autorevole responso, peccato per quell’accento a metà tra pugliese e napoletano. Lui non se n’era data particolare pena. Nel 1963 aveva superato le selezioni per “Gran Premio”, la trasmissione Rai subentrata a “Canzonissima” e abbinata alla Lotteria Italia. Un trampolino di lancio sicuro, carriera subito avviata: pochi mesi, infatti, ed ecco il primo contratto in teatro.

L’esordio in grande stile con “Le mani sporche” di Jean-Paul Sartre, prodotto dal Teatro Stabile di Torino. Da lì un’ascesa continua, molto palcoscenico, tanta tv, i primi film. Successo pieno. Nel frattempo, a L’Aquila, l’incontro con Piera Degli Esposti per un’opera di Alfred De Musset, “Con l’amore non si scherza”, un titolo un programma: il rapporto professionale tra Tino e Piera diventa legame sentimentale. Il matrimonio con Marisa Rossini si sfalda, ma i due divorzieranno solo molto dopo. Con Piera durerà quasi dieci anni: è lei ad essergli accanto dopo la prima operazione per tumore. Lesione alle corde vocali e ai tendini del braccio destro. Lui ne fa elementi di originalità: tra il ‘75 e il ‘76, nonostante gli handicap o forse proprio per quelli, gli exploit in tv come Majakovskij e Paganini (lui con archetto in una mano e violino nell’altra, notare il dettaglio). Infine l’incontro casuale con Desy Lumini, in Sicilia: è diplomata in pianoforte e composizione, ha già scritto “Whisky”, portata al successo da Mina, è lei stessa cantante. Nobile famiglia toscana, grande talento musicale ma nessuna ambizione: lascia la carriera per seguire dappertutto Tino. Il matrimonio a Vicchio, nella valle del Mugello, a un’ora da Firenze, dove lei ha una cascina. Per la precisione, la casa da cui escono, quella mattina d’agosto, dopo aver salutato la mamma di lui. Addosso, gli abiti di nozze. Sul pianoforte una rosa fresca.

Il colpo di scena. Da dove riemerge Tino Schirinzi? Perché ora, a poco più di 25 anni dalla morte? Come mai questo carico di dettagli, questa attenzione alla sua vita privata, questa ricerca dei passaggi-chiave, snodi cruciali di un’esistenza così ricca, accelerata, travagliata? È tutto in un libro. Lo ha scritto Alla Munchenbach, 45 anni, nata in Francia, a Salon-de-Provence, e cresciuta in una famiglia di artisti in Toscana, innamorata del teatro, dell’arte, della letteratura. Nel 2016 la laurea a Prato in Progettazione e gestione di eventi e imprese dello spettacolo con tesi su Tino. Lei lo chiama così, col nome. Il libro, “Tino Schirinzi. Un mestiere costruito sull’acqua” (pubblicato da “Edit@”, casa editrice e libraria di Taranto, guarda le coincidenze), tiene dentro quel lavoro di ricerca, una montagna di testimonianze, dalla stessa Piera Degli Esposti a Ottavia Piccolo fino a Claudio Magris, e molto altro ancora: a ritroso, una sensibilità acquisita e cresciuta tra il diploma di attrice a Firenze, la fondazione di una compagnia teatrale di sole donne, il primo corso di recitazione e una scoperta sconvolgente, l’identità del suo vero padre. Tino. Proprio così: lei è la figlia segreta di Schirinzi. Nel volume, in apparenza, nessuna traccia. La dedica come tante, “A mio Padre”, non suggerisce enigmi, tranne un accenno impercettibile proprio in quella P maiuscola. E tuttavia troppo poco. Bisogna avere la pazienza di arrivare alla fine, alle ultime righe della post-fazione, per trovare la chiave di volta dell’intero lavoro. La scrive Giuseppe Di Leva, drammaturgo e produttore teatrale. Ha lavorato a lungo con Tino Schirinzi, è stato suo testimone al matrimonio con Desy, ha aiutato Alla a ricostruire la vita dell’artista: “Ci mettiamo al lavoro. All’improvviso lei si ferma: ‘Devo dirti una cosa...’. Ecco dove avevo visto quegli occhi... Alla è la figlia di Tino, lo avevo anche immaginato ma mi era parsa un’ipotesi troppo letteraria”.

È andata così. Roma, 1972: la “cattiveria” era stata estirpata con intervento chirurgico, l’attore era convalescente a casa. Una giovane, la futura madre di Alla, da tempo amica di Tino e Piera, si era recata da loro in visita. Lui c’era, lei no, fuori per lavoro. Il concepimento fu la passione di un attimo. «Papà ha sempre esercitato grande fascino sulle donne». L’amica era rimasta incinta. Pure lei attrice, non molte cose e tuttavia tra queste un’esperienza con Pier Paolo Pasolini, aveva subito tranquillizzato Piera e Tino: non preoccupatevi, terrò il pancione ma non mi farò più vedere. «Era convinta fosse un segno del destino», racconta ora Alla. E così aveva fatto. Era andata via, aveva conosciuto un altro uomo, aveva fatto nascere la bimba oltralpe. Chiuso per sempre con lo spettacolo e con tutto l’ambiente. Mai più incontrati gli amici di una volta, quel suo amore fugace, l’uomo di un pomeriggio di passione. Mai detto nulla ad Alla. «Poi all’improvviso un giorno, un anno dopo la morte di Tino, una parente francese mi ha fatto capire qualcosa. Il resto me lo ha detto mia madre». Non lo ha scritto nel libro, non ne parla alle presentazioni in pubblico. Lo fa qui per la prima volta. Quanta fatica è costata?

«Ho scoperto tutto questo per caso, anche se il caso non esiste. Il destino ha voluto così. È stato un processo lungo, mi sono chiesta per tanto tempo cosa stessi effettivamente cercando, dato che lui non c’era più. Cosa potevo fare? Solo andare a mendicare ricordi, squarci soggettivi di ogni singola persona cui avessi chiesto qualcosa? Il rapporto con un padre, un genitore, si costruisce giorno per giorno, è fatto di quotidiana frequentazione, scontri, momenti di gioia, condivisione, perfino rabbia... Emozioni che a me e a Tino non è stato dato di vivere assieme... Quando ho scoperto chi era veramente mio padre avevo 21 anni e lui non c’era più». Poi il teatro. Ecco, il teatro. «La nostra passione comune. Ci ha dato la soluzione. Fare il suo ritratto è stato un grande regalo che mi sono concessa. Così ho potuto conoscerlo per quello che veramente era e per quello che poteva ancora darmi: una grande passione per la vita e per l’arte, una straordinaria perseveranza, grande tenacia e resistenza fisica e psicologica. E molta umiltà... Sento di condividere con lui tante cose: l’irrequietezza creativa; la ricerca del nuovo; la voglia di non accontentarsi, mai. Oggi mi sento più completa. Più me stessa. Più Alla».

Triste solitario finale. Il 18 agosto 1993, giorno del cinquantasettesimo compleanno di sua moglie, Tino uscì con Desy, entrambi vestiti con gli stessi abiti chiari del matrimonio celebrato sei anni prima. Lei aveva suonato un ultimo brano al pianoforte, poi vi aveva adagiato una rosa. Saranno state le sei e mezzo del pomeriggio. Un saluto alla madre, rimasta nella casa colonica di Roccabruna, a Vicchio, e poi via con la Golf cabrio. A pochi chilometri di distanza c’era un cantiere, da quelle parti si costruiva un viadotto. Si fermarono lì dove non passava nessuno. Solo una ragazza li scorse da lontano, nel bagliore del tramonto. Tino e Desy si guardarono a lungo, si presero per mano, saltarono giù assieme. L’ultimo volo. Quaranta metri per giurarsi ancora una volta amore eterno.


 
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Domenica 10 Marzo 2019 - Ultimo aggiornamento: 20:17