La forza di vivere: l'ultima missione per il colonnello

Il colonnello Carlo Calcagni col principe Harry d'Inghilterra, ieri sposo
Ora la missione speciale è vivere. L’ultima della carriera. La più importante. Niente elicottero né forze armate. Stavolta si spinge con i piedi. E si è soli. Vivere, però. Non sopravvivere. Testimoniare la vita nella difficoltà, nel dolore, nella malattia. Una sfida ai limiti, quasi oltre le possibilità umane. Una gara contro il tempo, vitale o letale. È ammesso solo un risultato: essere più veloce. Più veloce della morte. Correre avanti per non farsi raggiungere. Correre sempre, senza fermarsi mai. Chi vince resta, chi perde esce dal gioco. Per sempre. Ogni giorno così. Ogni santissimo giorno degli ultimi sedici anni. Da quando la malattia si è presentata. A tradimento. Cresciuta in corpo, silenziosamente. E poi esplosa. L’agguato improvviso del nemico inatteso.

Lui è Carlo Calcagni, colonnello nel ruolo d’Onore dell’Esercito. Il suo avversario una massiccia contaminazione da metalli pesanti che gli ha devastato il fisico. Colpa delle operazioni di peacekeeping con la Nato, sotto l’egida dell’Onu, in Bosnia Erzegovina. Scenario di guerra, per quanto missione di pace. Ma chi l’ha mai vista davvero la linea di confine, chi? Servizio speciale Medevac, acronimo in stellette che sta per “evacuazioni medico-sanitarie”: era elicotterista, aiutava sopravvissuti, soccorreva feriti, raccoglieva corpi sfatti. E respirava veleni, distruzione, morte. Anno 1996. Nel 2002 la condanna a vita. Un accertamento occasionale per ragioni sportive, una diagnosi feroce. Fisico geneticamente modificato. Bombardato da piombo, mercurio, ferro, tungsteno, cadmio, zinco, argento, rame, acciaio, alluminio... Fin dentro il Dna. Sensibilità chimica multipla e accidenti correlati. Patologia neurodegenerativa. Sclerosi multipla. Cardiopatia. Linfomielodisplasia, in attesa del trapianto di midollo. L’ultima batosta, il Parkinson. Causa di servizio, nessun dubbio. Né per lui né per l’Esercito. Da allora corre. Con i tubicini per l’ossigeno, con due ruote di supporto alla bici, con pacchi di medicine e terapie appresso, lui corre. La morte come ombra e una tregua a tempo. Più veloce che può, corre.

Ora ha quasi cinquant’anni e vive a Salice. Una famiglia, una separazione e due figli, la grande di 13 e il piccolo di 10, il vero segreto della sua forza. Una biografia costruita a tappe forzate, giocata sempre in prima linea. Una storia che un docufilm, “Io sono il colonnello”, di Michelangelo Gratton, è pronto a portare nelle sale cinematografiche. Pochi giorni fa l’anticipazione a “Porta a Porta”, da Bruno Vespa. Punto di arrivo di una vicenda iniziata mezzo secolo addietro, il 30 ottobre 1968. Una famiglia di contadini, emigrati per lavoro e rientrati a Guagnano, il loro paese, dopo la nascita del primogenito, Carlo, e poi dell’altra figlia, Cora. E una passione sconfinata per lo sport. Salvezza a rilascio lento. “Se trovi il tempo per allenarti, però, trovane anche dell’altro per aiutarmi nei campi”, lo incalza il padre. Liceo classico dagli Scolopi a Campi, poi l’avventura militare, 130° corso allievi ufficiali di complemento a Cesano di Roma, 1988. Prima nomina alla scuola di paracadutismo di Pisa, la Folgore. Tempra d’acciaio. «Dovevamo essere i più bravi. Forza e disciplina, un esempio per tutti. Pronti sempre a donarci agli altri. Ma la mia formazione aveva già salde radici, lì mi sembrava di essere in villeggiatura. Era quello che volevo fare. E ho trovato un mondo straordinariamente umano». Il coronamento del sogno, volo incluso, arriva quando accede al corso per ufficiali piloti militari. Lezioni a Frosinone, specializzazione a Viterbo. Alla fine risulta il migliore. Quando nel ‘92 a Palermo la stagione delle stragi fa vittime eccellenti, primo tra tutti Giovanni Falcone, lui chiede di restare in servizio per due anni, inviato con l’operazione “Vespri siciliani”. Poche settimane dopo l’arrivo, il secondo attacco al cuore dello Stato: l’ordigno contro Paolo Borsellino e la sua scorta. «Quel giorno ero in volo di perlustrazione. Vidi tutto dall’alto: la colonna di fumo, gli effetti devastanti dell’esplosione in via D’Amelio...». Poi la missione nei Balcani, unico pilota del primo contingente. Altre deflagrazioni, corpi dilaniati. Sangue.

«La guerra implica sempre conseguenze terribili. Sono scenari devastanti, per chi subisce l’uso delle armi e per chi è chiamato a prestare soccorso. I militari risultano, fra tutti, i più ostili alla battaglia. Essere pronti non vuol dire essere a favore: le forze armate a questo servono, a garantire la pace. La nostra missione è assistere le persone in difficoltà, che sia calamità naturale o conflitto internazionale. È quello che spiego ai giovani. A loro porto il mio messaggio di speranza: i valori esistono, come le persone che li incarnano. Bisogna crederci in una vita e in un futuro migliori. Ai ragazzi dico di non isolarsi ma di guardarsi attorno per aiutare chi è in difficoltà. L’unione fa la forza. Sempre. È questo lo spirito che ci conduce all’estero per prestare il nostro aiuto. Io non ho fatto nulla di straordinario. Chiunque addestrato come me lo avrebbe fatto. Quando si parte per salvare una vita umana, fosse anche trasportare organi per un trapianto, non pensiamo ad altro. Donarsi senza chiedere nulla». È la motivazione del Premio internazionale Don Pino Puglisi, assegnato al colonnello, a Palermo, sei anni fa. «Ne vado fiero: sintetizza ciò in cui credo».

Riconoscimenti e medaglie arrivano un po’ dappertutto. Ieri è stato a Gallipoli per il “Terra del Sole Award”. Stasera andrà a Salerno, tra Bellizzi e Contursi, zona dove pure ha prestato servizio. L’altro sabato era a Cremona con Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana nello spazio, testimonial entrambi per “Cielo senza barriere” accanto ai disabili. «Non ci sono ostacoli davanti alla volontà di farcela», afferma con orgoglio. Il 26 maggio salirà a Bassano, per il “Monte Grappa bike day”. Percorrerà in bici i 27 chilometri verso il sacrario, 1.750 metri di dislivello, per depositare una corona d’alloro in omaggio ai 22.950 soldati morti durante la Prima guerra mondiale e lì sepolti. «Mai dimenticare chi ha perso la vita. Ho chiesto io di salire in bici: voglio sudarmi tutti quei metri; per ogni pedalata un pensiero a chi non c’è più; a quanti soffrono nel silenzio delle loro case; a chi combatte per la giustizia e la verità».

Lo Stato lo ha dichiarato invalido al 100 per cento. L’Esercito lo ha iscritto nel ruolo d’Onore. Il colonnello Calcagni ne ha tratto ulteriori stimoli: è rientrato in servizio con la divisa, ha indossato la tuta del gruppo paralimpico ed è tornato al suo vecchio amore. Lo sport. Nel 2001 il premio dal capo di Stato Maggiore della Difesa come miglior atleta dell’Esercito Italiano. Non ha perso il vizio: nel 2016, agli Invictus Games in Florida, tre medaglie d’oro, due col ciclismo e una col canottaggio indoor. E ora punta alla prossima edizione, a Sydney, in Australia. Li ha voluti Harry d’Inghilterra, gli Invictus, omaggio al sacrificio dei militari nel mondo e alla loro energia vitale. Lo scorso settembre, alla tappa di Toronto, la prima uscita ufficiale del principe accanto a Meghan. Ieri il Royal Wedding, il matrimonio da favola. Altra storia. Quanto al colonnello Calcagni, lui nel frattempo ha dovuto incrociare le lame con l’antidoping: «Un grosso problema per gli atleti disabili alle prese con una montagna di farmaci. Nelle urine hanno rilevato la presunta positività di una sostanza salvavita, preventivamente autorizzata per uso terapeutico, e mi hanno fermato. Ho dimostrato di essere pulito: via la sospensione cautelare e assoluzione in primo grado. In appello la sorpresa: condanna e quattro anni di stop. Ma io non ho fatto nulla se non lottare per vivere. Aspetto il terzo grado: sono fiducioso». Dal 2 al 5 agosto l’Italia ospiterà a Maniago, in Friuli, i mondiali di ciclismo paralimpico. «Io voglio esserci». Un’altra sfida.

È tornato dai campi di battaglia. Ora combatte la sua guerra quotidiana. Rabbia? «Sì, ovvio. Ma ho trovato la forza di veicolarla: la scarico sui pedali. I sentimenti vanno sempre canalizzati, declinati in positivo». Il nemico lo ha seguito fino a casa, nascondendosi nelle viscere, nei polmoni, nelle vene. Ogni giorno una lotta. E ogni mattina uno scopo: essere d’esempio. «Anche quando la notte non dormo per i dolori, e cioè spesso. Essere d’esempio e salire sulla mia bici. Per questo mi sottopongo a tutto, medicine e cure». Numeri impressionanti: 300 compresse, sette iniezioni di immunoterapia, 18 ore di ossigenoterapia e quattro di flebo, 60 minuti di sauna a infrarossi e ventilazione polmonare notturna. In più periodicamente plasmaferesi, una sorta di centrifugazione del sangue, e all’occorrenza trasfusioni ematiche. E tutto combattendo anche con le setticemie batteriche dei due cateteri venosi. Ogni quattro mesi, infine, ricoveri da quindici giorni al “Breakspear Hospital” di Londra, unico centro europeo per il trattamento della Sensibilità chimica multipla.

Futuro è una parola complessa. Difficile. Impossibile. Una scommessa. «Non ci voglio pensare. Vado avanti grazie ai miei figli e allo sport. Per il resto, lo so: ogni giorno perdo qualcosa. Per i medici non dovrei essere in piedi. Anzi, non dovrei neppure essere qui. Mi attende la sedia a rotelle o un letto, sempre che la fine non arrivi prima, di colpo, tanto compromessi sono i miei organi. I miei muscoli non si sono irrigiditi solo grazie all’attività fisica intensa, ma i segnali sono inequivocabili: ho trasformato la mia due ruote in un triciclo per mantenere l’equilibrio. All’inizio me ne vergognavo, poi ne ho fatto un punto di forza: sull’asse posteriore aggancio la bici di mio figlio e insieme ce ne andiamo sulla litoranea, in riva al mare. È tutto qui. L’aiuto di Dio. L’affetto di chi mi vuole bene. Quanto serve per vivere».

Buona fortuna, colonnello.


 
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Domenica 20 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 11:38