Pensioni, età ferma a 67 anni. Tensione sui tagli ai ministeri

Pensioni, uscita bloccata
a quota 67 anni
Gli effetti sui cittadini sono meno drastici e soprattutto dilazionati nel tempo. Ma se si concretizzerà il progetto all'esame del governo - cancellare il meccanismo di adeguamento automatico dell'età di pensionamento all'aumento dell'aspettativa di vita - l'impatto di lunga durata sui conti del sistema previdenziale sarà più rilevante di quello del provvedimento di cui molto si è parlato finora, la cosiddetta quota 100. Proprio per questo il dossier è tuttora oggetto di valutazione attenta da parte del ministero dell'Economia: se alla fine avrà il via libera l'età della pensione di vecchiaia resterà fissata per sempre ai 67 anni, che scattano dal prossimo anno.

I REQUISITI
Il legame dei requisiti pensionistici all'aspettativa di vita è stato introdotto dal governo Berlusconi nel 2009-2010 prima ancora della riforma Fornero, che lo ha confermato e reso più stringente. Attualmente gli adeguamenti si applicano sia al requisito per la vecchiaia sia a quello per l'uscita anticipata: lo scatto è determinato in base alla variazione delle prospettive di sopravvivenza nel triennio precedente - rilevato dai demografi dell'Istat - in modo automatico e senza alcuna discrezionalità politica.
 


Proprio per il 2019 è previsto un incremento di cinque mesi, che lo scorso autunno aveva attirato molte critiche in particolare dei sindacati ma che il governo Gentiloni aveva confermato. Dunque l'età della vecchiaia passerebbe dagli attuali 66 anni e 7 mesi a 67, mentre l'anzianità contributiva richiesta per la pensione anticipata (senza vincoli di età) arriverebbe a 43 anni e 3 mesi dai 42 e 10 mesi in vigore (per le lavoratrici questi valori sono ridotti di un anno). Già da qualche settimana era maturato nel governo l'orientamento di congelare quest'ultimo scatto, sulla base della considerazione che se l'età di uscita può avere un legame logico con la durata media della vita, questa connessione è meno evidente per la carriera contributiva di chi magari ha iniziato a lavorare presto.

Ora però è stato fatto un passo avanti e si studia l'idea di intervenire anche sulla vecchiaia. L'imminente passaggio a 67 anni sarebbe confermato ma con l'idea che sia l'ultimo: dal 2021 in poi non sarebbero più previsti adeguamenti. Casualmente, gli andamenti demografici darebbero tempo per prendere questa decisione, visto che secondo il più recente scenario Istat dopo il salto di cinque mesi del 2019-2020 per il biennio successivo la variazione risulterebbe nulla già sulla base dei dati (una sorta di pausa nell'aumento della speranza di vita). Ma l'esecutivo potrebbe scegliere di intervenire comunque in anticipo. Con effetti potenzialmente rilevantissimi sulla sostenibilità del sistema pensionistico. Nel suo recentissimo rapporto dedicato al tema, la Ragioneria generale dello Stato spiegava che l'abbandono degli adeguamenti automatici porterebbe già nel 2033 la spesa previdenziale ad un livello più alto di circa lo 0,8 per cento di Pil, rispetto a quello attuale. L'effetto cumulato fino al 2060 sarebbe di ben 21,7 punti di prodotto. Ai valori attuali, qualcosa come 400 miliardi. Senza contare che sempre secondo la Rgs si determinerebbe «un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano con conseguente peggioramento della valutazione del rischio Paese». Il riferimento è al fatto che l'Italia in tutti questi anni nelle varie sedi internazionali ha vantato la solidità futura del sistema previdenziale come un elemento di forza del Paese, una sorta di bilanciamento dell'imponente debito pubblico. Sempre in materia previdenziale, allo studio del governo c'è la riproposizione della cosiddetta opzione donna, l'uscita anticipata in cambio del meno favorevole calcolo contributivo della pensione, che scatterebbe per le lavoratrici con almeno 60 anni di età, e la proroga dell'Ape sociale, il reddito-ponte in vista della pensione (a 63 anni) per particolari categorie svantaggiate.

I RISPARMI
Un altro tema caldo in vista della definizione della legge di Bilancio è quello dei tagli ai ministeri. Dalla voce risparmi di spesa si attendono 3-4 miliardi e una parte di questa (circa 1 miliardo) riguarderebbe i dicasteri. Sono in allarme soprattutto quelli a guida pentastellata, in un contesto che vede già tensione con la Lega sui temi fiscali, come il possibile condono. Anche di questo si è parlato in un vertice notturno di ministri M5S con Luigi Di Maio, che ha chiesto di azzerare i fondi per l'editoria e nuovi tagli alla politica. Per la Difesa in particolare si prospetterebbe un taglio di 500 milioni: non ci sarebbero conseguenze sul personale ma salterebbero importanti programmi come quelli degli elicotteri NH90, dei missili Camm Er e del cosiddetto Pentagono italiano progettato presso l'aeroporto di Centocelle a Roma. Alla ministra Trenta sarebbero comunque arrivati elogi dal capo politico pentastellato.
 
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Giovedì 11 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 12:42