Punk, i rivoluzionari senza rivoluzione di Philopat

Punk, i rivoluzionari senza rivoluzione di Philopat
Esattamente vent’anni fa usciva la prima di molte edizioni di “Costretti a sanguinare”, febbrile resoconto dei primi anni del punk italiano narrato da Marco Philopat, che da protagonista appassionato di quella straordinaria esperienza ne diventava così anche un prezioso testimone. Non è facile raccontare una realtà in continua ebollizione, che per sua stessa natura vive underground e vuole sfuggire a ogni categoria sociale, politica, estetica: Philopat trova la chiave per farlo con un entusiasmo trascinante, in una prosa che è una corsa a perdifiato, e riprende oggi da dove si era fermato.
Siamo nel mezzo degli anni Ottanta, Milano è infestata da yuppie e zombie televisivi, la polizia ha appena sgomberato il centro sociale Virus e un’intera stagione sembra conclusa. Ma l’incontro con un libraio illuminato, una storia d’amore sorprendente e una rivista cyberpunk sono la miscela capace di dare l’innesco a un riscatto collettivo. Dallo scantinato ribattezzato Helter Skelter, che si trasforma in un luogo per sperimentazioni artistiche e tecnologiche all’avanguardia, all’esplosivo esordio del centro sociale Cox 18, sede di forte fermento culturale a due passi dalla Darsena, i Pirati dei Navigli seminano per le vie di Milano le scintille rivoluzionarie della controcultura.
A voce alta, con il coraggio di chi porta su di sé molte cicatrici, Marco Philopat trasforma la storia che ha realmente vissuto in un romanzo ricco di episodi esilaranti, imprese incredibili e disavventure sconvolgenti. “I pirati dei Navigli” è un viaggio in un periodo poco conosciuto della cultura underground, dal 1984 al 1989, il ritratto di una figura unica come quella di Primo Moroni, e al tempo stesso un’avventura che lascia il segno e che ci regala squarci di utopia.
Il libro è autobiografico e tu scavi molto nella memoria per ricostruire i fatti. Quanto è importante per te conoscere la storia per comprendere la cronaca?
«Quando si legge un libro si presta un livello di attenzione che dovrebbe essere molto più elevato rispetto ad altre cose che si fanno durante la giornata. La lettura agisce su altri livelli, quindi, mentre tu stai leggendo I Pirati dei Navigli in quel momento sei catapultato nel periodo in cui è ambientato il libro che va dal 1984 al 1989. Questa azione poi lascia dei riflessi e delle schegge di memoria anche nella quotidianità. Una sorta di salto temporale. Il libro poi parla di un periodo storico in un certo senso pionieristico rispetto allo sviluppo di molte altre cose che riguardano ad esempio l’utilizzo della tecnologia come siamo abituati ad intenderla adesso. E’ quasi incredibile vedere come quattro ragazzetti di quartiere in un certo senso erano più avanti delle multinazionali. Funziona da sempre così: le cose più interessanti si colgono in strada nelle periferie».
Che ricordi e che sensazioni hai pensando a quegli anni?
«Le sensazioni sono state molteplici mentre scrivevo il libro. Su tutto<CF4001> viene fuori l’ironia sul fatto che noi eravamo una sorta di rivoluzionari senza rivoluzione. Allora come adesso mi rendo conto che ribellarsi è ancora più giusto. Spero che il libro possa rappresentare uno stimolo anche per le generazioni più giovani. Allora come adesso nelle periferie ci sono ragazze e ragazzi che non hanno nulla da perdere e che si inventano nuove forme di aggregazione e di comunicazione».
Da dove parte l’idea di scrivere I Pirati dei Navigli?
«Dopo aver pubblicato vent’anni fa il mio libro “Costretti a sanguinare” tutti quanti mi hanno costretto a scrivere il seguito di quel libro. Per scrivere un libro ci vuole tanto tempo. Io lavoro come editore con la mia casa editrice Agenzia X e di tempo a disposizione ne avevo poco. Tiravo il lavoro per le lunghe anche perché il libro non contiene solo i miei ricordi ma è una sorta di memoria condivisa che ho estrapolato da interviste realizzate lungo gli anni. Alla fine, con un contratto e una scadenza, dopo oltre sette anni di lavoro sono riuscito a terminare il libro».
Lo scenario del libro è Milano. Che città era allora e che città è adesso?
«È tutto cambiato. L’altro giorno ero nella metro ed ero l’unico bianco caucasico, tutti gli altri erano stranieri. Questa cosa qui anche solo trent’anni fa era impensabile. Sembravamo fuori dallo schema dei quartieri meticci che già allora c’erano a Londra o a Berlino. Adesso Milano è davvero una città multietnica fra le più tolleranti in Europa. A causa del lavoro di alcune amministrazioni comunali la città è quasi scivolata indietro rispetto al periodo che ho raccontato nel libro. Forse con il sindaco Pisapia qualche miglioramento si è visto. Sembra quasi che la città abbia tirato fuori un’indole turistica rispetto a quella produttiva che c’era in quegli anni. Questo è di sicuro un passo indietro. Era una Milano del settore terziario che ora non c’è più».
E come te la immagini Milano fra dieci anni?
«Non ne ho idea. Ad esempio il mio quartiere, il Giambellino, che aveva delle sue peculiarità architettoniche e sociali, lo stanno sventrando a causa dell’arrivo della metropolitana. Alcune opere di riqualificazione urbana sono davvero violente».
Protagonisti assoluti del libro sono i punk e i cyberpunk. Ma chi sono i punk?
«Il punk è ancora oggi una forma di ribellione incredibile. Un antidoto contro il fascismo. Se per varie motivazioni, soprattutto da piccolo, nella vita ti ritrovi ad essere fragile è facile che tu possa diventare cattivo. Incidi una svastica sul banco di scuola non perché sei fascista ma perché vuoi dimostrare di essere cattivo. La violenza che subisco la tiro fuori in qualche maniera. Questo è un passaggio fondamentale perché puoi urlare al mondo intero che sei incazzato»
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Lunedì 4 Giugno 2018 - Ultimo aggiornamento: 11:41