La competizione globale tra territori e l'immobilismo della Regione

La competizione globale tra territori e l'immobilismo della Regione
Qualche giorno fa si è svolto a Brindisi un interessante convegno organizzato dall’Ance, nel corso del quale è stato presentato uno studio commissionato al Cresme sulla durissima competizione globale tra le città e i territori per attrarre poli di conoscenza e di innovazione, per incrementare il capitale umano qualificato, per rimettere in diretta relazione crescita e benessere più sul lato qualitativo che su quello quantitativo. Uno studio con i riflettori puntati sui possibili futuri (o non futuri) di Brindisi e delle altre città pugliesi. Dunque, sui possibili futuri della Puglia. L’illustrazione del rapporto fatta dal direttore del Cresme, Lorenzo Bellicini, è stato un pugno nello stomaco. Fotografie a colori scattate con vent’anni di anticipo, eppure nitide anche nei dettagli. Scenari demografici, produttivi e sociali - da qui al 2036 - da mettere i brividi, soprattutto se si considera la lentezza, se non l’immobilismo, delle nostre istituzioni rispetto alle gigantesche sfide urbanistiche ed economiche che in altre parti del mondo le città e i territori - da Londra a Parigi, da Copenaghen a Stoccolma, per fermarci all’Europa - hanno già lanciato da anni per attrarre i giovani e i flussi migratori (controllati).

Quel rapporto ci dice che davanti a noi si sta aprendo un pericoloso baratro, fatto di tre fenomeni strettamente intrecciati: il crollo della natalità, la fuga dei giovani, l’invecchiamento della popolazione.  Con squilibri devastanti sul tessuto economico e produttivo, sul mercato del lavoro, sul finanziamento di ciò che resta del welfare, sull’offerta dei servizi, sulla manutenzione delle infrastrutture (poche) già esistenti e sulla realizzazione delle nuove.

Mentre si continua a litigare su xylella, Ilva, statale 275, chiusure di ospedali, metropolitane di superficie, porti, logistica, senza che nessuna di queste questioni venga avviata davvero a soluzione, disperse nei rivoli di un immobilismo movimentista (o, se si preferisce, movimentismo immobilista), quei tre processi hanno già cominciato a rovesciare la piramide demografica che renderà insostenibili, nell’arco di vent’anni, anche le città pugliesi per il rapporto troppo sbilanciato tra anziani e popolazione attiva: circa 60 anziani ogni cento residenti in età lavorativa. Città insostenibili. Cioè, agonizzanti. Da cui scappare. Non si tratta delle solite profezie di sventura, di un pessimismo di professione. Sono i dati a parlare, anzi a urlare: se continuiamo di questo passo, tra vent’anni a Taranto la popolazione diminuirà del 26,1%, a Brindisi del 18,7%, a Foggia del 12,9, a Bari del 2,5%. Solo Lecce, e forse non è un caso, risulta in controtendenza con un +5,9 nella variazione della popolazione tra il 2107 e il 2036 (ma la provincia perde il 10,4%). Finanche i flussi migratori, anche quelli provenienti dalle terre più povere, eviteranno le nostre regioni e non serviranno a produrre un saldo positivo della popolazione. Ci accingiamo così a risolvere la secolare questione meridionale “cancellando” la popolazione meridionale.

Il declino demografico è la diretta conseguenza della “incapacità attrattiva” dei territori, di quella “decentralità economica” misurabile con il livello dei redditi, dell’offerta di lavoro, dei risparmi, della qualità dei servizi e della presenza di poli di conoscenza e innovazione. Appiattiti sul “presentismo” non ci rendiamo conto che il Sud e la Puglia precipiteranno nel baratro se non si metteranno in campo, qui ed ora, politiche e progetti in grado di cambiare il corso della storia. Perciò, avrebbe fatto bene, il governatore Emiliano, con i suoi assessori, il suo staff, e anche i consiglieri regionali di maggioranza e di opposizione, a partecipare al convegno di Brindisi. Soprattutto per ascoltare. Riflettere. Capire. Magari approfondire. E studiare. Certo, non gli avrebbe dato visibilità nazionale come una polemica twittata con Renzi o con Calenda, non avrebbe incrementato la sua followership (anche quella, in verità, entrata in crisi), e non gli avrebbe nemmeno offerto la possibilità di allungare la serie di ricorsi contro tutto e tutti. Ma forse avrebbe capito che navigare a vista, con cambi continui di rotta, con virate e strambate improvvise, cavalcare e inseguire le onde dell’immediatezza e dell’emotività, invece di andare in profondità e indicare la direzione di marcia, rischia di portare la barca a sfracellarsi sugli scogli o ad arenarsi. Condotta tipica di chi non sa dove approdare e come arrivarci, come ci ricorda l’abusata ma sempre efficace citazione di Seneca: “Non c’è vento a favore se non sai dove andare”.

Leggendo il rapporto del Cresme, infatti, emerge in modo evidente l’inconsistenza, l’inadeguatezza e la mancanza di visione nelle (non) politiche finora messe in campo. Si scorgono i guasti e i danni provocati che pagheremo per il (non) governo di questi anni, si rivela palpabile il deficit progettuale nelle sfide che attende il futuro della regione, delle sue città, dei suoi territori. Non solo. Sfogliando quelle pagine ci si rende conto che quanto più profondo e largo si presenta il deficit progettuale, con l’assenza di una visione e di una direzione di marcia, tanto più viene ad alimentarsi un localismo cavilloso e velleitario che, nel nome di un conformismo identitario, finisce con il creare non pochi danni proprio all’identità del territorio. Tra qualche decennio, quell’identità tanto inseguita e ostentata rischia di diventare null’altro che un’etichetta di un contenitore vuoto.

Dobbiamo rassegnarci a questa deriva? No. Dobbiamo aprire gli occhi. Sapere che cosa ci attende. Essere consapevoli che non partiamo da zero e che non tutto è disastroso (anzi), senza però indugiare nella pericolosa retorica delle eccellenze. E sapere anche che il corso della storia si può modificare con le nostre azioni. Qui ed ora. Dentro la società. Dentro la politica, dentro ciò che è rimasto dei partiti. Dentro le istituzioni. A cominciare da chi governa la Regione, che può e deve giocare un ruolo decisivo in questa sfida, piuttosto che attardarsi a disquisire sulle capacità di questo o quel ministro uscente, piuttosto che inventarsi ogni giorno nemici a Roma e a Bruxelles per conquistare visibilità, o limitarsi a fare surfing nella comunicazione digitale, inseguendo forme di ribellismo e di spontaneismi campanilistici, dicendo e il contrario di tutto a distanza di poche ore o a distanza di pochi chilometri. La maggioranza di governo regionale - anche di fronte a un’opposizione del tutto assente e impalpabile - apra una riflessione seria su questi temi, incalzi il governatore, abbia il coraggio di perdere le distanze dalle ormai stucchevoli e fuorvianti polemiche con i ministri uscenti, metta sul tavolo il proprio peso anche al costo di rotture. Ci sono importanti e strategiche opere finanziate che non partono, ci sono le risorse del patto Puglia che restano sulla carta, c’è un disastroso sistema regionale dei trasporti da correggere, ci sono fondi europei da spendere (e da difendere), c’è un sistema formazione da rifondare, c’è un welfare - a cominciare dalla sanità - che fa acqua da tutte le parti. È anche a partire da queste sfide che si può fermare il declino demografico, evitare le “decentralità economiche” e far diventare le città pugliesi attraenti per i giovani negli anni a venire. Se il governatore è distratto, nonostante le alterne fortune, dal fascino delle sfide nazionali o dalle sirene pentastellate, ci pensino i consiglieri - innanzitutto della sua maggioranza - a riportarlo con i piedi per terra e a evitare che si sfasci tutto ciò che di buono è stato fatto nelle precedenti gestioni. Altrimenti, anche loro saranno corresponsabili e dovranno dare conto agli elettori.

Sarebbe, tuttavia, intellettualmente disonesto addebitare le sole responsabilità agli amministratori regionali o locali del baratro in cui il Sud e la Puglia possono precipitare. Il rischio desertificazione, soprattutto nel Mezzogiorno, deve farci aprire gli occhi anche sulla nuova fase politica apertasi con il voto del 4 marzo. La risposta programmatica che si sta profilando con la formazione del nuovo governo è molto indicativa. Anziché utilizzare il presente per investire sul futuro, per risarcire finalmente le nuove generazioni di tutto ciò che noi adulti abbiamo loro “rubato” vivendo al di sopra delle nostre possibilità con l’economia a debito (pubblico) e con i privilegi a credito (privato), stiamo imboccando la strada della (falsa) conservazione del benessere fin qui acquisito, l’arroccamento nella difesa di tutto ciò che abbiamo, l’esaltazione dei soli diritti senza la necessaria contropartita dei doveri. Una scelta egoistica, corporativa, priva di qualsiasi senso di solidarietà sociale e di responsabilità verso i segmenti di popolazione sottovalorizzati e verso chi verrà dopo di noi su questa terra.

Altro che “governo del cambiamento”, altro che “rivoluzione contro la restaurazione”, come si sente dire dai “dichiaratori a gettone” nei Tg, nei talk show televisivi e nei post in rete. Pensateci bene: che cosa sono la flat tax, l’abolizione della legge Fornero, il reddito di cittadinanza, la chiusura delle frontiere, il respingimento indiscriminato dei migranti se non una risposta di conservazione e di sola difesa dell’esistente che appesantirà ancora di più la zavorra lasciata in eredità ai giovani italiani e meridionali? Avremmo bisogno dell’esatto contrario per rendere sostenibili da qui a vent’anni le città italiane e, in particolare, meridionali. Avremmo bisogno di liberare e spendere risorse pubbliche - dentro le compatibilità di rientro dal debito - per infrastrutturare i territori, digitalizzarli, modernizzarli, riqualificarli per farli diventare volàno di sviluppo anziché luoghi da cui scappare per sempre. Avremmo bisogno di un grande piano di investimenti pubblici - come accade altrove - per rendere attrattive le città e competitivi i territori in via di spopolamento. Di questo avremmo bisogno. Non della flat tax, non dell’abolizione della legge Fornero, non del reddito di cittadinanza e nemmeno del respingimento indiscriminato dei migranti.

Resta da capire perché questo “grande abbaglio”, nonostante le evidenti e drammatiche conseguenze, continui ad avere una sua fascinazione, come è emerso anche dalle recenti elezioni politiche, soprattutto al Sud e soprattutto tra i giovani, vittime predestinate. Qui la riflessione dovrebbe partire da lontano, dal fallimento delle politiche pubbliche per il Mezzogiorno dall’Unità d’Italia ad oggi, dalla lunga separazione delle classi dirigenti nazionali verso questa parte del Paese, dal rapporto storicamente debole, per non dire labile tra Stato e società meridionale, e dalle ampie sacche di rancore sociale maturato negli anni della grande recessione e dal crollo verticale degli investimenti pubblici in questa parte del Paese. Tutto ciò ha prodotto nel Sud una “variante” nel processo di rivolta contro le élite, con l’emergere di un sentimento diffuso che accomuna ceti emarginati e disperati, ceti garantiti e protetti, segmenti della borghesia delle professioni e del cosiddetto “ceto medio riflessivo” meridionale. Un sentimento corroborato da un’accentuata radicalizzazione dell’identità territoriale; non solo una sorta di “suddismo” come risposta al vecchio leghismo settentrionale, ma un ribellismo diffuso e trasversale tutto incentrato sull’identità e sul riscatto del territorio, accompagnato da un estremismo nei linguaggi e nei comportamenti. Una sorta di blocco pre-politico composto da sofferenti e da insofferenti. Ma senza progetto, senza visione, senza orizzonte, senza leadership credibili. Questo sentimento si era già fatto governo in molte città - basti pensare a Napoli - e Regioni del Sud, con l’emergere più di capipopolo che di governanti, con l’affermazione di politici più bravi a cavalcare la protesta sociale che a incanalarla in soluzioni di governo. Ma anche questa fase è stata ritenuta, giustamente, insufficiente e inefficace: aver cavalcato quell’onda - con il “ricorsismo” in salsa pugliese o nella variante napoletana, diventato regola anziché eccezione nel governo delle istituzioni, e con la collocazione del Mezzogiorno all’opposizione della politica nazionale a prescindere, inseguendo un velleitario auto-isolamento di “purificazione” - non ha salvato nemmeno i capipopolo dall’onda populista. La parabola di Emiliano è la più evidente conferma. Ora bisogna solo sperare che a Roma il governo in via di formazione non produca troppi guai e non laceri ulteriormente il Paese, affondando definitivamente il Mezzogiorno. Magari con il consenso delle stesse regioni meridionali.



 
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Domenica 13 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:47