Destino segnato se anche i poteri dello Stato vìolano le leggi

Destino segnato se anche i poteri dello Stato vìolano le leggi
Ci sono diversi modi per valutare lo stato di salute di una democrazia e del buon funzionamento di uno Stato. Il rispetto delle regole e delle leggi, da parte di chi governa e di chi è governato, è uno tra questi, sicuramente il più affidabile perché racchiude in sé e sintetizza tutti gli altri indici di misura di un corretto svolgimento della dialettica democratica. Se così è, il nostro Paese non se la passa molto bene. Due recentissimi passaggi ci consegnano un progressivo degrado della cultura istituzionale e uno sfilacciamento dei ruoli e dei poteri dello Stato che aprono scenari preoccupanti, per non dire inquietanti per il futuro.

Il primo è il modo in cui è stata approvata la legge finanziaria, senza il preliminare confronto nelle competenti commissioni parlamentari e con la fiducia prima al Senato e poi alla Camera su un maxi-emendamento depositato dal governo poche ore prima del voto parlamentare. Non era mai accaduto nella storia della Repubblica. Uno schiaffo alla Costituzione, uno strappo delle regole parlamentari, un'umiliazione del ruolo dell'opposizione e, più in generale, del potere legislativo ridotto a una funzione subalterna e burocratica del potere esecutivo.

Il secondo passaggio è il durissimo scontro di questi giorni tra il ministro Salvini e i sindaci ribelli sul decreto sicurezza e di contrasto all’immigrazione. Una premessa è d’obbligo: sui migranti è in atto da tempo la più sporca e disumana guerra politica e di propaganda che il nostro Paese abbia mai conosciuto dal dopoguerra ad oggi, con gravi responsabilità del mondo dell’informazione che ha contribuito a creare emergenze e a trasformare “false verità” in “verità”, sulle quali sono state costruite fortune politiche ed elettorali.

Il punto, comunque, non è il giudizio di merito sulla legge, votata - è bene ricordarlo - dai due rami del Parlamento. E nemmeno, in discussione, è la legittimità della posizione di chi considera il decreto sicurezza ai limiti della costituzionalità, oltre che controproducente perché - si sostiene - per combattere l’immigrazione clandestina trasforma tutti in clandestini, impedendo l’iscrizione all’anagrafe comunale che è la prima forma di controllo. Chi manifesta queste posizioni non è né un “traditore del popolo”, né un “amico dei clandestini” o, peggio ancora, un “collaborazionista dei trafficanti di uomini”. Non scherziamo. Su un tema così sensibile, delicato e divisivo avere opinioni divergenti è non solo legittimo, ma anche salutare. Minacciare, però, la disobbedienza civile, annunciare pubblicamente la trasgressione di una legge dello Stato, votata dal Parlamento, senza nemmeno rivolgersi ai massimi organismi di garanzia per valutare i profili di costituzionalità, significa che siamo molto oltre la normale dialettica democratica, oltre il legittimo diritto di dissenso, di critica e di protesta. Siamo ormai prossimi alla rottura del patto di convivenza civile fondato sulle leggi dello Stato, al superamento del reciproco riconoscimento delle istituzioni, alla lacerazione di quel tessuto connettivo che fa di una società democratica una cosa distinta e distante dall’hobbesiano stato di natura. Siamo, insomma, oltre la concezione dello Stato moderno.

Un sindaco, come un presidente di Regione, non può arrogarsi il potere, tra l’altro monocratico, di decidere se una legge è “incostituzionale” e che, perciò, non va applicata sul territorio di propria competenza. E desta stupore, oltre che sconcerto, che siano oggi spezzoni della sinistra, contraddistintasi nella storia della Repubblica italiana per cultura e stile istituzionali oltre che per senso dello Stato, a inoltrarsi su un terreno così pericoloso e dalle conseguenze che possono rivelarsi drammatiche. Per fortuna, si tratta di spezzoni ancora isolati e abbastanza minoritari, spesso capipolo in cerca di visibilità, come dimostra la presa di posizione della maggioranza dei sindaci italiani. Ma il segnale resta e si aggiunge alle pericolose derive già sperimentate qui in Puglia su altri temi sensibili e divisivi, come l’ambiente. Abbiamo visto sindaci, amministratori locali e regionali, parlamentari salire sulle barricate per aizzare le folle a non rispettare leggi, sentenze e atti conclusivi di procedure democratiche previste dal nostro ordinamento. Lo svilimento dei ruoli istituzionali e la perdita di senso dello Stato, insomma, sono stati introiettati già da qualche anno. La novità di oggi è che l’argine appare fortemente indebolito.

Il modo in cui è stata approvata la manovra finanziaria e lo scontro sul decreto Salvini sono, infatti, soltanto i casi più recenti di questo imbarbarimento della cultura istituzionale e del progressivo svilimento della visione e del ruolo dello Stato, al centro come in periferia. Stiamo cominciando a raccogliere i frutti avvelenati di quel generale rifiuto del pluralismo istituzionale, che vede nel superamento della separazione dei poteri e nella costante delegittimazione di poteri e contropoteri senza investitura popolare diretta, ma garantiti come corpi autonomi dalla Costituzione, la frontiera più avanzata della destrutturazione dello Stato moderno e delle democrazie rappresentative e liberali. Non è un caso, ormai, che non solo i leader ma anche esponenti leghisti e pentastellati di terza e quarta fascia reagiscano con attacchi frontali contro chi esercita funzioni previste dalla Costituzione in modo autonomo e indipendente, come è giusto che sia. Chi osa criticare o manifestare dissenso rispetto alle decisioni dell’esecutivo viene aggredito e zittito con questa stucchevole litania: prima di parlare si presenti alle elezioni, prenda i voti e conquisti la legittimità popolare. È stato rinfacciato ai magistrati che si sono permessi di inviare avvisi di garanzia, ai banchieri centrali che hanno dubitato della bontà della manovra, alle autorità indipendenti che hanno messo in guardia sulle coperture finanziarie. Una sgrammaticatura istituzionale gravissima. È la conseguenza della pericolosa quanto devastante identificazione tra governo e Stato o, meglio, dell’assimilazione dello Stato al governo e, dunque, dell’istituzione al gestore (temporaneo). Da qui alla considerazione dello Stato e delle sue norme come “nostre”, cioè della maggioranza momentanea, il passo è breve. Da qui al comportarsi come se lo Stato, i ministeri, i Comuni, i diritti siano solo del “proprio popolo”, cioè del proprio elettorato, e non di tutto il popolo, anche di quanti la pensano diversamente da chi temporaneamente è stato chiamato a governare, il passo è altrettanto breve. È la sperimentazione di un uso proprietario dello spazio pubblico, l’affermazione di una visione padronale e bonapartista delle istituzioni.

E, purtroppo, non è tutto. Questa studiata, perseguita e ostentata alterazione della (in)cultura istituzionale ai vertici ha inseminato e alimentato un virus altrettanto pericoloso alla base della società, emerso in modo palese nel recente sondaggio sulla fiducia dei cittadini italiani nello Stato e nelle sue istituzioni. Contrariamente alle previsioni, è emerso che la fiducia negli ultimi mesi è cresciuta, ma l’incremento è dovuto a una paradossale contraddizione: si ha fiducia nello Stato solo quando chi è chiamato a governare coincide con le “proprie” scelte elettorali, mentre la sfiducia è pronta a risalire se a governare sono gli “altri”. Superfluo aggiungere che questo sentimento pubblico emergente rappresenta la negazione stessa dell’idea di Stato ed è l’inizio di un qualcosa d’altro, che somiglia molto a ciò che pensatori del calibro di Alexis de Tocqueville o John Stuart Mill, oltre 150 anni fa, segnalavano come pericolo della “tirannide delle maggioranze”. Anche su questo fronte, anche sulla formazione di questo sentimento pubblico, il mondo dell’informazione dovrebbe interrogarsi e riflettere. Al netto del ruolo dei social e della rete, a spalancare le porte a questa deriva sono state le campagne indistinte e demagogiche contro la casta, la liquidazione sommaria di tutto ciò che è pubblico, la costruzione dell’immagine dello Stato predatore, l’identificazione tra i privilegi e la funzione stessa della politica, lo sdoganamento del “politicamente scorretto”, del cosiddetto “cattivismo” e di un linguaggio rancoroso e violento contro le classi dirigenti.

Siamo messi male. E ce n’è abbastanza per essere preoccupati, per interrogarci sul nostro destino e sul destino dei nostri figli. La questione delle regole, il rispetto delle leggi e delle procedure democratiche, la cultura istituzionale e il senso dello Stato non sono aspetti meno importanti e determinanti delle scelte economiche, del reddito di cittadinanza e di quota 100, ammesso che queste - e nutriamo molti dubbi - siano le scelte giuste per lo sviluppo del Paese. Siamo ancora in tempo per rendercene conto? Forse sì. Di sicuro, però, la risposta deve rimanere dentro i confini dello Stato, nel rispetto e nel riconoscimento delle procedure democratiche previste dalla Costituzione, nella rifondazione del linguaggio e dei valori. Altrimenti la battaglia è già persa.

 
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Domenica 6 Gennaio 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:46