Il dialogo tra culture nella musica di Officine Zoè

Negli anni Novanta un territorio cominciava a scoprire se stesso. Una denominazione geografica poco nota al di fuori del perimetro regionale diventò nel breve periodo un potente strumento di branding territoriale fino a diventare un caso internazionale. Un contributo decisivo a questo fenomeno giungeva dal dominio delle arti.
La musica, il cinema, il teatro, la letteratura hanno costruito la reputazione del Salento che conosciamo oggi. Uno degli emblemi della mondializzazione salentina è rappresentato dal gruppo Officina Zoè, avanguardia di tutto il movimento artistico sopracitato. Fondato nel 1993 da Lamberto Probo, Donatello Pisanello e Cinzia Marzo, il gruppo costruì un’alleanza fortissima con un’altra grande visione territoriale, quella cinematografica di Edoardo Winspeare. Con la partecipazione di Officina Zoè prima a “Pizzicata” e poi a “Sangue vivo” si concretizzavano le istanze del più importante, spettacolare e innovativo folk revival a cui si è assistito in Europa dai tempi di Roberto De Simone a Napoli. Con la performance dal vivo (musica e azione coreutica) istituzionalizzata dalla Notte della Taranta a partire dal 1998 da una parte; e il cinema autenticamente musicale di Winspeare con Officina Zoé dall’altra, poteva dirsi realizzata l’ambizione di un’arte totale fondata non sul recupero del passato, ma sulla dialettica tra dispositivi mediali differenti, in un progetto spontaneo che ha dato frutti del tutto insperati. La cultura musicale di Officina Zoè andava peraltro in una direzione di apertura verso un’arena globale di confronto, in un periodo in cui l’etichetta “world music” era arrivata al culmine dell’esposizione ed era diventata facile bersaglio di detrattori anche e soprattutto all’interno della comunità dei musicisti.
Con una straordinaria capacità di sintesi, già nel 1997 con l’album “Terra” il gruppo fissava il canone di quel folk revival che aveva generato: il repertorio era stato rianimato, vivificato, de-filologizzato, e subito si consolidava in uno dei prodotti discografici marcanti del periodo, una cosiddetta pietra miliare. Nel seguito della sua bellissima storia, Officina Zoè ha proposto una vera e propria esperienza della musica popolare, con performance in ogni angolo del pianeta, talvolta documentate da live in paesi lontani (Giappone, India) in grado di evocare il “clash” culturale che ogni volta si attiva in occasione di una performance delocalizzata. In particolare, i quattordici minuti di “Mamma sirena” registrati in India sono un documento definitivo delle potenzialità di questi interventi esperienziali, capaci di sollecitare un ascolto profondo e innescare, anche al di fuori dei rituali autentici, una sorta di trance.
A venticinque anni dalle origini di Officina Zoè, il nuovo lavoro discografico del gruppo si intitola “Incontri” (appena pubblicato da Kurumuny) e rappresenta al massimo grado il dialogo interculturale come scelta di indirizzo delle musiche popolari nell’età della globalizzazione: in dodici tracce live registrate tra il 2001 e il 2015, Officina Zoè restituisce agli ascoltatori gli incontri con le culture del Mali, dell’Egitto, della Turchia, della Mongolia, attraverso i contributi di musicisti come Baba Sissoko, il Griot del Mali, accompagnato dalla cantante Mamani Keita e dal percussionista Sourakata Dioubate; il gruppo Mazaher dall’Egitto; il gruppo Hosoo e Transmongolia dalla Mongolia; Mercan Dede e Secret Tribe dalla Turchia. È sicuramente difficile cogliere le strutture di queste forme ibride e giudicarne l’esito compositivo senza una competenza specifica di area etnomusicologica; tuttavia ciò di cui ci accorgiamo è che l’equilibrio tra gli idiomi locali, nella singola traccia, non è mai statico, è come se ciascun brano fosse il terreno di un negoziato risolto ora a favore di un idioma ora dell’altro. Il risultato pertanto è quella di una forma musicale mutante, che mantiene i caratteri di partenza e li mette in gioco cercando di andare verso l’altro, come quando due parlanti di lingue diverse provano a comunicare facendo ricorso ai vocaboli più comprensibili, e il dialogo non avviene mai in una terza lingua ma in una commistione dinamica delle prime due. Ciò si verifica con particolare efficacia nell’interpretazione di “Lu rusciu de lu mare”: Cinzia Marzo (una voce che è patrimonio culturale da tutelare come si fa con i beni architettonici e paesaggistici) offre la melodia salentina a Baba Sissoko e alla cantante burkinabè Kandy Guira, che introducono un loro spostamento traduttivo, a sua volta ricondotto all’origine.
Al termine dell’ascolto, come sempre accade con Officina Zoè, l’aspetto emozionale è stato il veicolo per la trasmissione di sapere e consapevolezza. Venticinque anni è il tempo medio che trascorre fra una generazione e quella successiva: Officina Zoè con “Incontri” entra senz’altro in una dimensione nuova, dove alle radici della propria cultura locale si intrecciano quelle della propria ormai lunga esperienza del mondo.

 
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Giovedì 9 Agosto 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:35