Così i social stanno uccidendo la lingua italiana

Così i social stanno uccidendo la lingua italiana
Qualche giorno fa sono stato rimproverato, potrei dire anche redarguito, crudamente. Forse me lo meritavo, forse no. Non saprei dire. Dunque, il fatto è questo: mi trovavo in un bar con alcuni amici. Qualcuno ha chiesto un caffè, qualcuno un amaro. Io ho chiesto, con semplicità, una gazzosa.  Prima mi hanno guardato con sussiego; poi qualcuno mi ha corretto dicendo che non si dice gazzosa. Si dice schweppes. Dopo qualche istante di disorientamento, ho domandato che cosa significasse schweppes. Mi è stato risposto che significava gazzosa. Ah.

Un fantasma si aggira da Bordighera a Lampedusa, da Predoi a Sassari, da Pontremoli a Messina, da Bardonecchia a Otranto: l’italiano. Una lingua che ha contorni oramai indefiniti, che ha un corpo indecifrabile e fluttuante, un’identità imprecisa, che si può cercare di riconoscere soltanto sforzando la memoria. È l’identità di un fantasma. Quello che resta di una scomparsa.

Certo, si sa che una lingua è come una creatura, che cresce continuamente e si trasforma. Ma come ogni creatura, a volte crescendo migliora ed a volte crescendo peggiora. Ci sono bambini bellissimi che crescendo si imbruttiscono. Ecco, l’italiano crescendo si è imbruttito. Ma non a causa della natura, che si rispetta e non si discute; è accaduto a causa della cultura che certo si rispetta ma che si può comunque discutere.

Allora ci si chiede che cos’è stato che ha imbruttito l’italiano. Per qualche tempo si è detto i dialettismi. Falso. Il dialetto ha dato alla lingua italiana possibilità espressive straordinarie, tanto nel linguaggio quotidiano quanto in quello letterario. Poi si è attribuita la causa ai forestierismi. Un po’ è vero e un po’ è falso. È vero che i forestierismi imbruttiscono l’italiano quando vengono usati in modo scriteriato: schweppes; è falso quando vengono impiegati coerentemente con il contesto e in modo funzionale a quello che si pensa, a quello che si dice.

Che cos’è stato, allora, che ha fatto dell’italiano un fantasma dalla triste figura. Sono stati i social. Il lessico piatto, uniforme, vacuo, privo di sfumature, superficiale, frivolo, inappartenente, impersonale, rattrappito. Sostanzialmente sciocco. È stata la sintassi senza struttura, sospesa nel vuoto, disarticolata, amorfa, senza legamenti, scomposta, smembrata. È stata la grammatica che si è data alla latitanza. È stato questo.

Pensava ad altro, Ignazio Buttitta: pensava al dialetto. Ma, come ogni grande poeta ha pronunciato un vaticinio, per cui quello che ha detto vale anche adesso, per l’italiano, senza dubbio alcuno. Lo ha detto nella sua lingua, il dialetto di Bagheria, di cui noi, qui, diamo una traduzione inevitabilmente approssimativa. “Un popolo/ mettetelo in catene/spogliatelo/tappategli la bocca/è ancora libero./Levategli il lavoro/il passaporto/la tavola dove mangia/il letto dove dorme,/è ancora ricco./Un popolo/diventa povero e servo/quando gli rubano la lingua/ricevuta dai padri:/è perso per sempre.”

I social prima hanno assediato le nostre esistenze, poi le hanno invase, ci hanno rubato molto tempo e molta lingua. Ci hanno resi poveri e servi di essi. Ciascuno per se stesso lo ha voluto. Ciascuno è responsabile dei propri pensieri e delle proprie azioni. Ci siamo arresi senza condizioni. Ci siamo consegnati alla superficialità più offensiva, quella che traduce il pensiero svuotandolo di ogni identità. Perché esiste una relazione strutturale fra il linguaggio e l’identità. Anzi, una componente essenziale dell’identità è il linguaggio. Forse è proprio questo l’oltraggio che facciamo a noi stessi: l’affidamento del pensiero alla banalità.

Non è mai banale il pensiero. Ogni pensiero comporta un sacrificio. Per questo non è mai banale. Ma noi lo si consegna ad un linguaggio banale, che va ad incontrarsi e ad integrarsi con altri linguaggi banali che esprimono un pensiero non banale. Il risultato consiste in un linguaggio collettivo offensivamente banale: che ripete frasi fatte, rimesta luoghi comuni, si sfilaccia nelle abbreviazioni, nelle esclamazioni insensate, nella futilità del dialogo inconcludente, naviga nel pantano, si nutre di mediocrità grigiore, ovvietà, chiacchiericcio, clangore. L’italiano è un disperato fantasma. Qualche volta si ribella al suo destino e tenta una resurrezione attraverso la letteratura: quando la letteratura non si assoggetta all’italiano deformato e rasoterra. Ma dagli anni Ottanta in poi è accaduto non di rado che si sia assoggettata, che abbia proceduto rasoterra.

Ma di quello che è accaduto e accade ogni giorno ne siamo tutti più o meno consapevoli e forse non produce nessun vantaggio parlarne ancora. Forse converrebbe azzardare qualche ipotesi sulle possibilità di rimediare, di salvarsi. Forse si potrebbe cominciare dalla distinzione fra la bellezza e la bruttezza, l’eleganza e la sciatteria. L’italiano è la lingua più bella e più elegante del mondo. Lo so perfettamente che chiunque dice la stessa cosa della propria lingua. Lo sosteneva Carlo Dossi nelle sue “Note azzurre”. Qual è la miglior lingua? si chiedeva, rispondendo così: “Leggo Shakespeare, e dico: è l’inglese; leggo Virgilio, e dico: è il latino”.
I criteri sui quali si fondava la risposta erano quelli della bellezza e dell’eleganza, e assumeva a sintetico riferimento due autori che sono la rappresentazione delle due categorie. Che non significano solo forma, ma combinazione di forma e contenuto.

Allora, ogni volta che si scrive qualcosa sui social, ogni volta che si scrive qualcosa da qualsiasi parte, ci si potrebbe chiedere se la forma e il contenuto rispondono a criteri di bellezza e di eleganza. Oppure, più semplicemente, se rispondono a criteri di dignità e di rispetto: nei confronti di coloro ai quali si scrive ma anche – condizione per nulla trascurabile- nei confronti di se stessi. Perché le parole che si pronunciano devono aderire all’essere, devono attagliarsi. Non si può degradarle se non accettando di degradarsi.

La prossima volta che al bar mi chiederanno che cosa prendo, io risponderò ancora una gazzosa. Che rispetto alla schweppes è tutta un’altra cosa. Ha tutta un’altra storia.


 
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Domenica 10 Giugno 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:12