«Provvidenza? È quasi la metafora dell'Italia»

«Provvidenza? È quasi la metafora dell'Italia»
di Ilaria MARINACI
Un terribile terremoto, un borgo distrutto e abbandonato, una scuola crollata uccidendo la maestra e tanti bambini. E un uomo, un uomo solo, il marito di quella maestra, che si ostina ad abitare quel paese fantasma, Provvidenza, resistendo a chi vorrebbe portarlo via anche con la forza. Per chiudere una pagina dolorosa definitivamente. Ma è proprio a questo che Elia si oppone: lui vuole ricordare e vuole che anche la sua comunità ricordi. Sono questi, per grandi linee, i binari su cui si muove Il bene mio, il secondo lungometraggio firmato da Pippo Mezzapesa, regista bitontino pluripremiato e ormai una certezza del cinema pugliese. Presentato in anteprima e fuori concorso alla Giornata degli Autori dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia, è stato accolto da dieci minuti di applausi il film che vede in Sergio Rubini un allampanato e perfetto protagonista, capace di mescolare forza e leggerezza, sicurezza e fragilità.
«Elia è convinto spiega Mezzapesa che si debbano recuperare i piccoli cocci di quello che è stato per poter andare avanti». Questa la lezione di un film intenso ed agrodolce, che conferma la capacità del regista di usare il tocco lieve della poesia anche nel racconto dei drammi sociali. Che si tratti della vita all'ombra dell'Ilva di Taranto nella sua prima opera di finzione Il paese delle spose infelici e nel documentario SettanTA, della morte di una bracciante agricola sotto il sole nel corto La giornata o delle conseguenze drammatiche di un sisma in questo caso.
Gli applausi di Venezia sono un biglietto da visita importante per il film. Che emozione è stata?
«Una grande emozione perché era la prima vera proiezione con il pubblico in cui sei teso e attento a ogni minima forma di reazione. Ragion per cui, anziché un'ora e mezzo, sembra durare dieci ore. Quando cominciano a scorrere i titoli di coda e parte l'applauso, è una gioia perché capisci che un lavoro di anni ha raggiunto ed emozionato gli spettatori. Una bella soddisfazione per me e per chi ha collaborato con me».
È la prima volta che lavora con Rubini. Com'è stato il vostro rapporto sul set?
«Rubini era Elia fin dalla fase embrionale del progetto. Avevo cercato di creare, con gli sceneggiatori Antonella Gaeta e Massimo De Angelis, un personaggio che avesse un profondo dolore, ma fosse anche lieve, un eremita atipico, che non si lascia andare all'isolamento ma vorrebbe riportare tutta la sua comunità a Provvidenza. Questo contrasto l'ho trovato in Sergio Rubini ed è stato un privilegio lavorare sul set con l'attore al quale avevo pensato fin dal primo momento. Non capita sempre di immaginare un personaggio con il chiaroscuro dell'anima di Sergio e poi ritrovarselo interpretato da Rubini stesso. Inoltre, rapportarmi con lui mi ha arricchito come regista e mi servirà nelle prossime esperienze».
Custodia della memoria e senso di comunità sono due concetti forti da mettere in un film, specie di questi tempi.
«Le convergenze con la realtà sono tante. Ci sono i crolli e una comunità che si è smembrata e stenta a ritrovarsi perché ha perso il senso della memoria. Provvidenza mi ricorda il Paese in cui viviamo che sembra aver perso la sua memoria storica ed avere, quindi, serie difficoltà a proiettarsi verso il futuro».
Nella storia c'è una presenza a lungo misteriosa che poi si rivela essere una donna migrante in fuga. Un modo per affrontare il tema dell'accoglienza?
«Questo è un film dove il concetto di confine è molto presente. Ad un certo punto, entra in scena questa donna che fugge anche lei dal dolore e dalla distruzione e si va a nascondere nel paese popolato solo da Elia. Lei è una che varca i confini e varca anche quello della vecchia Provvidenza che più nessuno vuole oltrepassare. Ed Elia, nonostante sia bloccato in una sorta di limbo, è capace di accoglierla e salvarla. Ha una sensibilità che lo porta a voler risolvere la vita degli altri. Sarebbe il leader ideale per una comunità».
Servirebbero leader così oggi?
«Ci troviamo in un mondo così cieco e abbruttito che tende a vivere nella paura dell'altro da sé perché non ricorda più ciò che è stato. Abbiamo avuto il fascismo e conosciuto l'emigrazione ma, non avendo memoria, non riusciamo a rapportarci con gli altri e con un futuro possibile. Servirebbe una luce, una guida, un uomo buono come Elia».
Il bene mio può essere anche una risposta a chi parla di buonismo come fosse un insulto?
«È un modo per giustificare tutto, un'ipocrisia bella e buona. Il bene mio è un titolo mutuato da una canzone di Matteo Salvatore, che racconta la nascita di un amore. Mi sembrava ideale per un film che parla di un amore spezzato e, allo stesso tempo, racchiude con parole semplici tutto ciò che Elia ha perso e per cui combatte: un bene individuale ma anche collettivo».
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Domenica 7 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 21:44