Taranta, l'altra strada oltre il successo di piazza Torniamo in laboratorio

Per divertire ci siamo divertiti. Come ogni anno. Abbiamo cantato, ballato, applaudito. E, a notte fonda, spenti i riflettori, ci siamo detti: bravi, bello spettacolo. Con l'occhio sempre rivolto alla piazza di Melpignano: se si muove a ritmo di tamburello e alza le mani le cielo, vuol dire che il concertone funziona. Che l'onda travolge, che il battito trascina, che i colori (bellissimi quelli del palco a forma di ragnatela-ventaglio) conquistano. Pure in televisione. Soprattutto in televisione dove la Notte della Taranta si trasforma in kermesse, passerella, gioco di immagini. Orgoglio identitario e riscatto mediatico.
Formula riuscita, non c'è che dire: prendi qualche ospite (italiano o internazionale che sia), consegnalo nelle mani sapienti dei musicisti dell'Orchestra Popolare e degli Agostiniani che dall'alto vegliano sulla piccola Woodstock, e metti tutto nel frullatore. Qualcosa di buono uscirà. Qualcosa di buono è uscito anche questa volta. Una macchina (quasi) perfetta: quattro ore di musica no-stop, la direzione professionale di Andrea Mirò, le incursioni nella tradizione, le virate verso il pop-rock, il mondo da esplorare qua e là in questo Salento che «è terra di mezzo».
 

Fin qui il presente, anno 2018 dell'era televisiva. Decidere ora cosa farne è il bivio che si pone davanti: perché una cosa è lo spettacolo, un'altra è tornare alla Taranta che sperimenta e esplora nuove strade e un maestro concertatore capace di azzardare nuove rotte.
Eppure si potrebbe continuare così - da qui all'eternità - e non ci sarebbe nulla di male: un altro maestro concertatore, un'altra diretta televisiva, un'altra carrellata di contaminazioni e the show must go on. Quest'anno, visti i nomi, qualcuno aveva paventato una sorta di Festival di Sanremo in salsa grica. Timore infondato: Melpignano non è l'Ariston e non potrà mai esserlo, qui la pizzica è carne viva e la televisione - almeno per ora - se ne fa portavoce senza condizionarla. Spettacolo, questo sì, nel senso che l'effetto sul pubblico è cercato e coltivato costantemente. I ragazzi, in particolar modo, sembrano gradire: Clementino porta il rap e gioca con le voci salentine centrando il bersaglio, gli Après La Classe sposano lo ska con il coro grico (Kalòs Irtate) dell'impegno civile, Antonio Castrignanò fomenta la piazza, l'India dei Dhoad Gypsie abbraccia la tradizione degli stornelli. Contaminazioni che non ti aspetti: Lp che dall'America coraggiosamente si prende Vorrei volare da Uccio Aloisi e Pizzicarella dalla tradizione gettando ponti che mai avresti immaginato, il violino di Ylian Canizares tra Cuba e musica afro, la Napoli di Enzo Gragnaniello che duetta con il sax black di James Senese. Qualcuno più spumeggiante, qualcuno meno. Qualcuno più colorato, qualcuno più sobrio. Come Mino De Santis che fa il suo: canti di terra, echi de Lu Rusciu te le mare, lo struggimento della Cesarina, elegante e niente clamori. Poi, all'improvviso, il concertone torna musical: cinque, dieci, venti ballerini che spuntano da ogni dove fino quasi a nascondere cantanti, musicisti e tutto il resto.
Il bivio è qui, allora. La strada sicura è moltiplicare gli effetti speciali: più colori, più ospiti magari, più ballerini addirittura. Il Volo è già pronto, provate a immaginare che cosa potrebbe accadere se già negli Stati Uniti hanno ammaliato presidenti e star di Hollywood: hanno dichiarato dietro le quinte di non saperne nulla di stornelli e di Santu Paulu ma tanto che importa, c'è sempre un Antonio Marra o una Enza Pagliara a darti il consiglio giusto se vuoi mandare in visibilio i 200mila e passa di Melpignano. E che nessuno storca il naso, per favore. Che nessuno faccia il purista perché la Taranta di mischiarsi con il resto del mondo ha sempre fatto la sua forza.
Il bivio è semplicemente un'altra strada percorribile: porta chissà dove, non fornisce garanzie e si apre al mistero. Se si cercano sicurezze meglio lasciar perdere. Imboccatela se amate il rischio: un concertone che torni a essere laboratorio, luogo di sperimentazione reale, nuovi arrangiamenti anziché andare sul già sentito, world music senza filtri. I musicisti dell'Orchestra Popolare, statene certi, non vedrebbero l'ora di farlo: partire da un'idea e svilupparla, portare sul palco qualcosa di mai visto, sorprendere e sorprendersi, imparare da chi arriva da fuori anziché - paradossalmente - farsene cicerone fra traduzioni dal grico e consigli già usati in altre occasioni. Forse dopo gli ultimi anni di buona professionalità (da rispettare, ci mancherebbe), è il momento di riprovarci. Imbattersi in un altro Stewart Copeland non è facile. E incrociare un altro Ludovico Einaudi non è cosa di tutti i giorni, lo sappiamo bene. Ma forse per un'emozione forte vale la pena provarci: azzerare tutto, prima o poi, e tentare la rinascita. Per risentire un brivido lungo la schiena.
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Lunedì 27 Agosto 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:44