Napoletano: Il Cigno, il Cavaliere e l’Italia nella crisi

Napoletano: Il Cigno, il Cavaliere e l’Italia nella crisi
Dimenticate i saggi e le teorie economiche di questa o di quella scuola che da tempo tentano di spiegare cosa accadde nel novembre del 2011, quando anche l’Italia che sino ad allora l’aveva solo paventata si vide travolta dalla “grande crisi”. Quello che vi troverete di fronte nel libro di Roberto Napoletano, “Il Cigno nero e il Cavaliere Bianco” edito da La nave di Teseo, è infatti un racconto di tutt’altro tenore: un’avvincente ricostruzione della “tempesta perfetta”, con tanto di onda anomala, pirati e ovviamente anche un eroe coraggioso, il cavaliere bianco, che salva la nave.
Un diario in soggettiva, ma anche un racconto corale, attraverso le voci di autorevoli protagonisti e osservatori. L’ex direttore del Sole 24ore e del Messaggero è riuscito così, in un volume di 525 pagine che si leggono tutte d’un fiato, a scrivere uno dei tasselli fondamentali per ricostruire le acrobazie dell’Italia sull’orlo del baratro e senza troppi giri di parole indica anche i nomi dei responsabili, non sempre volontari, dell’accaduto.
Direttore, lei dov’era quando tutto cominciò?
«Era la mattina del 9 novembre del 2011 e mi svegliai nell’albergo a pochi metri dal “Sole”, dove alloggiavo. Dall’iPad controllai lo spread e capì che il cigno nero era arrivato. Più tardi mi attaccai al telefono con alcune figure chiave della finanza e la lettura dei mercati ci diede la conferma più temuta: l’Italia rischiava il default».
Nessuno sinora era sceso così in profondità per restituire la verità di quegli avvenimenti, anche attraverso la voce di alcuni personaggi chiave del periodo, tra cui Federico Ghizzoni, ex Ad di Unicredit, Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, e così via.
«Sì, uno degli aspetti della mia ricostruzione, che a tratti prova a tenere il passo di un giallo pur raccontando fatti veri, è stato proprio questo: la lettura incrociata del periodo per capire meglio i retroscena e cucire tra loro alcune trame a prescindere dalla suggestione del complotto, che pure non è mancata[/FIRMA] se pensiamo al libro di Renato Brunetta ad esempio».
Di certo, nel suo libro, c’è che in quel periodo ci fu chi provò ad approfittare della debolezza italiana.
«Berlusconi aveva perso la maggioranza, il rapporto con il suo ministro dell’Economia Tremonti era ormai compromesso e in questo clima i francesi ne approfittavano per consolidare le proprie posizioni in Europa. Senza tralasciare lo “shopping” francese in Italia nel campo di moda, finanza e grande distribuzione. Sono a favore dell’alleanza italo-francese, sia chiaro, ma non di un’annessione economica del nostro Paese».
A proposito di Francia, tra le principali sciagure indicate nel suo libro c’è la gestione della Bce targata Trichet, che dopo aver salvato Bnp Paribas nel 2007 distoglie lo sguardo da quelle che lei chiama “crisi degli sfigati”.
«Sì, il suo atteggiamento fu piuttosto asimmetrico e insieme alla politica estera di Sarkozy e all’Austerità hanno inciso non poco sulla situazione innescando una seconda ondata recessiva. Ma ci sono stati anche personaggi come Christine Lagarde che spingevano per commissariare Berlusconi e il clima non era dei migliori. Tuttavia ho individuato anche un francese “buono”, Francois Hollande, il più bistrattato dalla stampa eppure nel periodo di Monti fu proprio lui a riammettere l’Italia tra i decisori».
Fino all’arrivo di Mario Draghi, il “cavaliere bianco” del suo libro.
«Draghi agì all’interno dei suoi poteri ma supplendo all’enorme vuoto della politica europea di quel momento. L’atto di risoluzione arrivò nel celebre discorso del luglio 2012, quando il presidente della Banca centrale europea, intervenendo alla Global Investment Conference a Londra, disse: “Ho un messaggio chiaro da darvi: nell’ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. Non è un caso che l’ex ministro del tesoro di Clinton lo abbia recentemente definito il “salvatore dell’Eurozona”».
In più passaggi lamenta tra i limiti del Paese l’incapacità di pensare a agire in maniera sistemica. Tajani dice che in tanti durante la crisi hanno usato l’Europa per farsi la guerra in casa. Ma anche nel passaggio di consegne tra Enrico Letta e Matteo Renzi lei evidenzia alcuni individualismi.
«Certo, credo che questo sia uno dei temi di fondo del libro e questo limite si paga non solo in Europa. Nell’avvicendamento tra Letta e Renzi poi intervennero anche degli errori di valutazione, quindi non solo l’ex sindaco di Firenze non voleva lasciare a Letta la guida italiana del semestre europeo, ma si lasciò anche abbagliare da una finta ripresa, spuntando alcuni strumenti già pronti. Senza contare che una volta alla guida dell’Europa, Renzi appoggiò la Mogherini agli Affari Esteri di fatto impedendo all’Italia di avere il commissario all’Industria che andò alla Polonia (oggi tra i Paesi con una maggiore crescita)».
Nel libro si parla del peso dell’Europa sulle sorti italiane ma anche del ruolo che l’Italia ha e dovrebbe avere per un’Europa più competitiva.
«Sì, perché oltre a Francia e Germania l’Europa dovrebbe avere come forze trainanti anche Italia e Spagna. Solo così il progetto europeo diventerà, maturo, profondo ed economicamente vincente».
E all’Italia invece cosa consiglia?
«Più che un consiglio è un monito: non ci saranno altri cavalieri bianchi, scorciatoie, salvacondotti: dobbiamo lavorare con serietà».
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Sabato 17 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 21:33