Cinque lezioni con Goffredo Fofi: «Risvegliamo le menti»

Cinque lezioni con Goffredo Fofi: «Risvegliamo le menti»
Lezioni italiane: solo a sentire il suono di queste due parole insieme si avverte quanto sia forte la necessità di imparare e parlare della nostra cultura. Per una volta senza altri scopi se non l’approfondimento, la gioia di conoscere e di speculare su di noi, sul passato e sul futuro come facevano i filosofi dell’antichità, tante idee da liberare e niente da vendere. L’assenza di luoghi in cui mettersi a riflettere insieme sulla contemporaneità si sente ancora di più quando si concretizza l’opportunità di un incontro con questo scopo. E in questo senso preziose sono le cinque “Lezioni italiane di Goffredo Fofi”, nate da un progetto di Koreja, che si tengono a Lecce, nei locali dell’ex Convitto Palmieri: la prima - nei giorni scorsi - ha visto il celebre critico, saggista, giornalista, fondatore e direttore della rivista e del Premio “Lo Straniero” (tra le tante cose), incontrare Ginevra Bompiani.

Parlare con intellettuali e tra intellettuali su temi aperti che riguardano la storia culturale contemporanea in Italia davanti a chi ha a cuore tutto questo. Fofi ci racconta queste “Lezioni italiane”?

«È l’idea di far parlare scrittori intellettuali italiani di oggi, non solo del proprio lavoro, ma della situazione generale della cultura contemporanea nel nostro Paese e nel mondo, di cosa sta cambiando e di che cosa sarebbe importante fare sul piano delle arti, del cinema ecc nell’epoca in cui viviamo. Spesso si ha l’impressione che le nuove produzioni siano residui di un’epoca precedente e ricordino cose già fatte, viste e sentite, mentre l’epoca esigerebbe cose all’altezza dei problemi del presente. C’è stata una grande mutazione dagli anni Ottanta in poi, la sostituzione della finanza all’economia, l’arrivo di Internet con la possibilità enorme di influire in modi diretti e indiretti sui gusti e sulle idee delle persone, la nascita di tanti editori e la possibilità di stamparsi da soli i libri, tanti festival letterari e cinematografici, un uso della cultura più atto a tranquillizzare che a svegliare le coscienze. A noi interessa tenere sveglie le menti e non addormentate di fronte ai problemi enormi del mondo di oggi».

Ecco quindi questi incontri a Lecce...

«Sì, sono personalità che giudichiamo interessanti che insieme a tante altre possono aiutarci a chiarire le idee, a noi e ai consumatori un po’ troppo tranquilli su quello che la cultura oggi propone per reimparare a non accettare il mondo così com’è, cercando di capirlo per poterlo cambiare in meglio. Se non ci pensano gli intellettuali, non lo faranno certo i politici troppo legati al presente mentre del futuro si parla sempre meno. Perché a Lecce? Per tanti amici che ho qui a cui è venuta l’idea, e per evitare che il Salento si richiuda in se stesso, ma resti aperto al resto del mondo».

Si sente la mancanza di spazi liberi di aggregazione, approfondimento.

«Sì, perché i giornali sono ormai in crisi permanente, e anche le università sono molto chiuse in se stesse e producono come in un circolo chiuso, spesso senza riuscire a coinvolgere “l’esterno”, rendendo i giovani meno vivaci di quanto potrebbero essere…».

L’attenzione dei giovani è difficile da catalizzare oggi, spesso si avverte una presunzione di sapere tutto forse legata alla fruizione facile sul web.

«Sicuramente, ma questa è colpa di noi “vecchi”, di genitori e professori, non dei ragazzi. Però ci sono per fortuna grandi eccezioni, in Puglia avete avuto l’esempio altissimo di Alessandro Leogrande, per intelligenza e generosità, amore della vita, del Paese e degli oppressi. Ci sono eccezioni importanti, intellettuali che ragionano ed entrano in contatto con giovani irrequieti e insoddisfatti che capiscono che il mondo va male e tocca anche a loro cercare un rimedio».

Quest’anno sono 50 anni dal ’68. Dov’è finita tanta tensione emotiva?

«Resta ben poco, il ’68 migliore ha perduto e ha vinto solo quello più partitico politico, e poi è stato sconfitto anche quello. Non ci sono in giro movimenti comparabili, né nuovi. Ci sono però minoranze tipo i tanti giovani che lavorano nel cosiddetto volontariato, in realtà nell’intervento sociale educativo, che non trovano un ambiente che permetta loro di organizzarsi e diventare una forza per incidere sulle cose. In realtà tutti noi che ci occupiamo del sociale ci sentiamo impotenti di fronte all’economia e alla politica che dominano il mondo e vanno per la loro strada».

La cultura invece dovrebbe poter essere messa a servizio di un progetto di cambiamento.

«Ci sono tante culture, l’importante è che siano culture di forte impatto sulla realtà, che incidano su di essa non consolidando i poteri esistenti, ma cercando di rompere i gusci e inventare il nuovo, cosa di cui oggi c’è un bisogno estremo».

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Lunedì 22 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 22:12