"Disadorna", storie brevi per "frenare" e riflettere

"Disadorna", storie brevi per "frenare" e riflettere
 
Leggere richiede sempre un tempo lento, lo stesso da quando esiste la lettura. Neanche la tecnologia potrà mai cambiare questa condizione, ma la lettura invece ha il potere di rallentare la corsa del presente. E se a dirlo è uno scrittore che è anche Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo viene voglia di “frenare” per andare a leggere i suoi ultimi venti racconti brevi racchiusi in “Disadorna e altre storie” (edizioni La Nave di Teseo). Il libro verrà presentato questa sera a Ostuni (nel box i dettagli), ma Dario Franceschini, autore già di quattro romanzi, avverte: «Non cercate dietro alle mie storie messaggi politici».

Ministro com’è nata questa raccolta? È vero che la ispirano immagini estemporanee?

«È vero. Sono al quinto libro di narrativa e, dopo i romanzi, ho voluto provare a scrivere racconti brevi per seguire l’immagine, il breve incipit che avevo nella mente. Poi mentre scrivo la mia narrazione prosegue libera e non so mai prima dove va a finire, al contrario del mio amico Vecchioni che mi dice che prima di scrivere ha in testa a macerare da tempo trame e personaggi. Questi racconti brevi sono spesso troncati, alcuni sono capitoli primi di romanzi che ho in mente di continuare, ma mi piace l’idea che sia anche il lettore a immaginare che cosa succede dopo».

I racconti brevi sono anche più confacenti ai nostri tempi stretti.

«Può essere, anche se in Italia non hanno mai avuto troppa fortuna. Il racconto nella società della velocità si può leggere in un viaggio in autobus, in aereo o mentre aspetti il treno, potrebbe davvero essere un genere con un futuro nuovo».

E poi danno la possibilità di fermare tante storie che andrebbero facilmente disperse, senza l’impegno di scrivere un romanzo…

«Certo, ma da un altro punto di vista scrivere un racconto è anche più difficile. Concentrare in uno spazio breve delle immagini, tante emozioni e una trama non è affatto semplice. Alla fine sono due lavori di scrittura completamente diversi».

“Disadorna” il titolo del libro, è l’aggettivo attribuito alla stanza un po’ spoglia di un hotel sul Delta del Po in cui, nel primo racconto, uno scrittore di Bogotà ritrova l’ispirazione. Fa pensare che svuotare le nostre vite da tante cose inutili ci riporti a concentrarci su quelle importanti.

«Quando scrivo di solito non ho in mente un messaggio culturale o politico, quindi non avevo in mente questo. Poi però rileggendo ho capito che tutti questi personaggi sono in cerca di pause dalla loro vita. E credo che sia vero che tutti abbiamo bisogno di spazi in cui riflettere, guardare un panorama, guardarsi dentro: di fare insomma tutto quello che la vita frenetica di corsa, accelerata, bombardata dagli smartphone, non ci consente quasi più. Infatti il primo protagonista non a caso va nel Delta del Po, che è un luogo che consiglio di visitare, dove non c’è assolutamente niente: non ci sono più case né alberi, niente, un po’ come il mare quando è calmo. È uno spazio che lascia il vuoto e quindi ci vedi i pensieri».

Le sue parole fanno pensare alla “decrescita felice”… ma lasciamo fuori la politica. Quanto volte si è innamorato di una donna intravista tra le fessure dei sedili del treno come succede al personaggio di un suo racconto?

«No (ride divertito; ndr), quando uno scrive semina, ma non bisogna cercare sempre autobiografie. A chi comunque non è capitato di vedere attraverso uno spiraglio qualcosa che invita ad immaginare che cosa ci sia oltre, a lasciare spazio appunto all’immaginazione…».

Era una provocazione per farle scegliere invece un vero dato biografico da raccontarci che certamente si nasconde in questo libro.

«Sì, c’è un fatto vero della mia famiglia. Mio padre era un partigiano “bianco” (cattolico; ndr) e in casa mi hanno sempre raccontato la storia di mia nonna che il giorno prima dell’arrivo degli Alleati a Ferrara si era messa pericolosamente a cucire la bandiera tricolore con il simbolo del Cln. Il giorno della Liberazione la sua bandiera venne attaccata al pennone del Municipio accanto a quelle Alleate. Mi ha molto emozionato la notte che ho scritto il racconto, trovare su Google tra le immagini una cosa che non avevo mai visto, e credo neanche mio padre: la foto con quella bandiera che sventola tra le altre, un’emozione forte».

Josè Saramago in un’intervista disse “se mi chiedessero: Le piacerebbe cambiare il mondo? io risponderei: me gustarìa”. L’arte e la letteratura spesso custodiscono una speranza di cambiare il mondo, ma se lo scrittore è un politico si crea un corto circuito interessante.

«Faccio politica forse proprio perché l’ambizione della politica, e anche il suo compito, è cambiare le cose, cambiare il mondo e le cose che non vanno. Quando scrivo però non mi pongo questo obiettivo. Mi piacerebbe magari che al lettore del mio libro venisse voglia di scrivere storie: ognuno di noi custodisce storie meravigliose all’interno della sua vita, della sua famiglia, con le persone che ha incontrato, e ognuna potrebbe essere un romanzo bellissimo che nessuno scriverà. Fare venire voglia di scrivere è un modo per conservare le storie, al di là che siano poi pubblicate, non si può pubblicare tutto».

E tocchiamo un punto dolente, perché l’editoria è un settore un po’ negletto. Penso anche al suo “altro” lavoro: la legge sul cinema, sullo spettacolo dal vivo, riforma dei musei, e tanto altro in pochi anni. Però una bella legge su autori, editori, librai…

«C’è in Parlamento e speriamo di arrivarci prima della fine della legislatura. Ma non è semplice, il vero problema è aumentare i lettori, incentivare la lettura. Inutile insomma pubblicare se poi in Italia si legge poco e nessuno compra i libri. Bisogna fare un lavoro nelle scuole, educare alla lettura, che è quello che stiamo facendo con tante operazioni che però daranno frutti molto lentamente. Ci sono anche segnali positivi perché l’editoria che va meglio è quella per bambini, e speriamo che si portino dietro l’abitudine a leggere».

E come scrittore che cosa pensa?

«Penso ai dati: chi non ha libri in casa, o non vede i genitori leggere, non si avvicina facilmente alla lettura. E poi c’è il “problema” di conciliare la lettura che per natura è lenta, con la società in cui tutto è frenetico, accelerato, multitasking. Si deve valorizzare l’idea della lettura come “pausa”. Mi piacerebbe che qualcuno dopo aver letto un mio racconto, prima di cominciare subito l’altro, restasse un po’ a guardare il vuoto, a immaginare. Siamo in una società in cui c’è bisogno di pause di riflessione, pause in cui non far nulla: quando si viaggia troppo veloci, non si vede niente di quello che ci scorre accanto. Se si rallenta la macchina invece si vede la campagna, si vedono le persone, le case, i paesaggi, e si possono gustare. C’è bisogno di rallentare, e la lettura può aiutare a farlo. La lettura non accelera, non lo farà mai, anche usando e-book o nuovi mezzi richiederà sempre lo stesso tempo del ‘700 o dell’800».
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Martedì 3 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 22:22