Le forzature e gli abbagli sull'identità del Salento

Gentile direttore,

sono un leccese che ha scelto di vivere e lavorare nella propria terra, nonostante abbia avuto molte possibilità di emigrare e costruire la mia carriera magari con maggiori successi. Non mi pento. È stata una scelta di vita, sono fortemente legato al Salento, ai simboli e all'identità di questa terra: un amore che sicuramente mi è stato trasmesso dai miei genitori, entrambi contadini. Questa premessa è necessaria per evitare equivoci su ciò che sto per scrivere. Non ne posso più dell'esaltazione dell'identità del Salento e del fatto che consideriamo sempre e ovunque la nostra terra la più bella del mondo. Secondo me, da qui derivano molti nostri difetti, primi fra tutti il provincialismo e, soprattutto, un conservatorismo endemico che sfocia nell'esaltazione perfino dell'immobilismo e dell'antico adagio “quieta non movere”. Mi piacerebbe conoscere il suo parere.

Antonio Coluccia

(Galatina)

 

Caro lettore,

l'identità di un territorio e di un popolo non può essere intesa come un concetto statico, fermo nel tempo, immutabile. L'identità, se ha un'anima e non è un semplice soprammobile di simboli e tradizioni, è una variabile dipendente, è qualcosa che si rinnova e si contamina inevitabilmente con il mutare dei tempi, del linguaggio, del paesaggio, dei movimenti e delle presenze. L'identità di oggi del Salento non può essere e non è la stessa di due secoli fa e nemmeno di trent'anni fa. Vivere e pensare nella condizione di terra di frontiera, anzi di “fine terra”, è completamente diverso dal vivere e pensare nella condizione di terra di passaggio, terra di approdo, terra di accoglienza. Pensiamo a quanti ragazzi salentini oggi vanno studiare al Nord o all'estero e diluiscono la loro identità con quella di altre parti del mondo, con ricadute e contaminazioni anche nelle famiglie di origine. E pensiamo a quanti cambiamenti, anche se non ce ne rendiamo conto oggi, ha portato e porterà l'esplosione delle presenze turistiche, moltissime straniere, su questo territorio. Qual è allora l'anomalia del Salento? Lo dice lei molto bene: è la forzata sovrapposizione tra identità e conservazione, è il forzato scambio tra identità e tradizione.

A me, francamente, non fa molto senso la rivendicazione della propria terra come la più bella del mondo. Accade in quasi tutte le parti del mondo. Il problema è se questa rivendicazione diventa - come dire? - una sorta di credo “assoluto” e non “relativo”, perché ciò porta a chiudere gli occhi sui propri limiti e a rinchiudersi nei propri orizzonti. E' qui che si cade nel provincialismo (che è sempre l'altra faccia dell'esterofilia) e si scade in quello che lei chiama “conservatorismo endemico”. Ed è qui che si esalta una sorta di “populismo identitario”, non a caso sempre più utilizzato da sindaci, amministratori e politici di questa terra. La invito a riflettere sul significato, sul ruolo e sull'organizzazione in questo territorio delle tante sagre paesane e delle tante feste patronali.
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Martedì 27 Settembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 20-10-2016 20:06