Quale turismo per Gallipoli? Le certezze da cui ripartire

Ripartiamo da una certezza. Forse l’unica rimasta in questa stagione che ha visto smontarsi pezzo per pezzo, come se fosse stata realizzata con i mattoncini della Lego, la “meravigliosa” macchina mangiaturisti che pensavamo fosse sorta in riva allo Jonio.
Di Gallipoli, di quello che offre e di quello che potenzialmente potrà offrire, non possiamo fare a meno. Ha un mare da favola, spiagge attraenti, parchi naturali, posti letto che città ben più grandi sognano di avere, un nome conosciuto e spendibile in tutto il mondo, un porto, un entroterra che vive in simbiosi con la costa e un centro storico - l’isola - che è un libro di storia e arte aperto e tutto da esplorare. Trovare qualcosa di simile concentrato in un unico codice di avviamento postale, in tutta Italia, non è facile. Gallipoli non ha più, anzi non può offrire più - perché intrappolato nella rete dei controlli anti-abusivismo e soffocato da amministratori e burocrati incapaci di programmare - il divertimento. Ovvero quel tanto in più capace di muovere migliaia di giovani e non solo, di creare tendenza e alimentare un brand da spendere nelle fiere e sulle scrivanie dei tour operator.
Sì, è vero, in questo modo si chiude finalmente col turismo straccione. Con gli zombie che di notte vagavano alla ricerca di un marciapiede su cui dormire, con i balconi trasformati in B&B, con i garage spacciati per hotel a 4 stelle, col chiasso, l’abuso di alcol, le risse e la droga spacciata sotto gli ombrelloni come fosse noce di cocco. A Rimini accadde 25 anni fa. Arrivò un sindaco che si chiamava Giuseppe Chicchi e decise di punto in bianco che doveva chiudere la stagione della corsa sfrenata e senza regole al divertimento che rischiava di rovinare l’immagine della città, quello che Camilla Cederna aveva battezzato “divertimentificio”. Rimini ce l’ha fatta e ce l’ha fatta anche Riccione, ma non si può certo dire che una e l’altra non siano mete turistiche di giovani. Tutt’altro. Lì, sulla riviera, hanno saputo trovare luoghi e modi per far convivere le due anime del turismo, quella in cerca di chiasso e divertimento e quella in cerca di tranquillità. E hanno trovato la quadra ricorrendo a ciò che ai salentini e ai pugliesi in genere risulta da sempre indigesto: la programmazione. A Gallipoli, invece, è stato necessario l’intervento della magistratura che ha pescato a colpo sicuro, visto che gran parte delle fondamenta della “meravigliosa macchina” era stata costruita sull’illegalità e sull’intima speranza che alla fine tutti avrebbero scelto di chiudere un occhio se non entrambi. Grave, gravissimo errore. Abbiamo visto le conseguenze.
E ora? Ora non resta che ripartire dalla certezza che Gallipoli può e deve essere la motrice del turismo nel Salento. L’errore più grave sarebbe quello di trasformarla in una sorta di pensionato per famiglie che al massimo si eccitano a gustare le friselle della sagra locale o a veder ballare la pizzica. I luoghi dove poter puntare sul turismo giovanile non mancano. Quello che manca, o meglio è mancato finora, è quel perimetro - un quadro normativo direbbero i burocrati - entro il quale poter muoversi per dare concretezza alle idee e sviluppo alle imprese. Un Gondar per ospitare concerti e spettacoli in una sequenza di grossi nomi che nel resto del Paese sognano (lo abbiamo visto negli anni scorsi) deve rinascere. Così come deve rinascere un Samsara che ha cambiato il modo di stare in spiaggia, così come devono rinascere altre strutture venute meno a causa del gigantesco colpo di spugna che ha caratterizzato l’estate 2018. Così come - ma questo non riguarda soltanto Gallipoli - bisogna tornare a investire per garantire accoglienza ai giovani in modo da sottrarli al mercato nero degli affitti impossibili.
Ma tutto deve avvenire nel rispetto delle regole, delle leggi e delle esigenze di tutti i turisti, che poi son quelli che portano ricchezza. La convivenza è possibile perché altrove lo è. E non c’è ragione di credere che qui non possa esserlo. Il problema è che c’è bisogno di programmare, di sedersi ai tavoli a dicembre e non a giugno, quando ormai i giochi son fatti. C’è bisogno di parlare di meno e fare di più, di rimboccarsi le maniche. Meno avventurieri e più competenze, magari queste ultime non necessariamente gallipoline perché in questo settore la spinta all’autosufficienza è un danno e non un pregio. E perché, va detto, non è che finora Gallipoli abbia brillato nella produzione “casalinga” di competenze.
Da qui si può ripartire, ma ancora non basta. Perché non ci può essere futuro per Gallipoli, come non può esserci per l’intero Salento e l’intera Puglia, se non si pone mano seriamente alle infrastrutture. Se dall’aeroporto di Brindisi occorrerà ancora una giornata intera per raggiungere lo Jonio, se i treni locali continueranno a marciare a passo di lumaca (se e quando marciano), se i collegamenti tra le spiagge e le città resteranno un far west in cui ogni privato automunito può dettare legge e prezzi, nessun tavolo potrà essere utile. Nemmeno se lo si convocasse con dieci mesi di anticipo.
E non è ancora tutto. Visto che parliamo di Gallipoli e della sua immagine turistica, un’altra cosetta va fatta: un depuratore che sia degno di tal nome, adeguato alle esigenze di un territorio che in estate conta almeno centomila residenti. Perché possano sparire quei vergognosi cartelli col divieto di balneazione e perché ci si possa sentire finalmente ospiti o abitanti in una città civile.
 
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Giovedì 13 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 12:17