Il caso Minzolini e il vecchio problema: essere tutti uguali davanti alla legge

Il caso Minzolini e il vecchio problema: essere tutti uguali davanti alla legge
Il fatto è noto. Augusto Minzolini, quand’era direttore del Tg1, viene accusato di aver utilizzato una carta di credito aziendale della Rai per uso personale e processato per peculato. Assolto in primo grado, viene condannato in appello alla pena di due anni e sei mesi di reclusione e all’interdizione temporanea dai pubblici uffici, pena poi divenuta definitiva dopo il giudizio di Cassazione. Essendo stato, nel frattempo, eletto senatore, si è posto anche per lui il problema dell’applicabilità della c.d. “Legge Severino”, secondo cui “non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore… coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti nel libro II, titolo II, capo I, del codice penale”, fra i quali, appunto, il peculato.

Secondo la legge citata, trattandosi di incandidabilità sopravvenuta, spetta alla Camera di appartenenza, ai sensi dell’art. 66 Cost., deliberare in ordine alla decadenza dalla carica (era già accaduto con Silvio Berlusconi, dichiarato decaduto proprio dalla carica di senatore).
Giovedì scorso il Senato, contrariamente a quanto fatto per Berlusconi, si è pronunciato a favore di Minzolini, sostanzialmente disapplicando la Legge Severino, che il Parlamento si era data appena pochi anni fa proprio per far sì che in quell’alto consesso non sedessero pregiudicati per reati dolosi di una certa gravità.
L’episodio, come detto, stimola qualche riflessione.

La prima. Non c’è dubbio che il Parlamento poteva votare come poi ha votato: se la legge, in ossequio al principio della separazione dei poteri, demanda alla Camera di appartenenza di pronunciarsi sulla candidabilità (o incandidabilità) di un suo rappresentante, questa è certamente libera di votare in un senso o nell’altro. Il problema è di opportunità politica ed istituzionale. Ovvio, infatti, che votando contro la decadenza, il Senato si è posto contro un provvedimento giurisdizionale definitivo, di fatto realizzando una sorta di corto-circuito fra poteri dello Stato, in violazione – io credo – anche dell’art. 3 della Costituzione, che vuole tutti i cittadini (dunque anche i senatori) uguali davanti alla legge. Tanto più che la legge Severino, per Sindaci, assessori e consiglieri, comunali e provinciali, prevede un trattamento addirittura più severo, dal momento che oltre alla decadenza quale conseguenza di condanna definitiva, stabilisce anche l’immediata sospensione dalle funzioni per coloro che siano condannati in primo grado, fra l’altro, per reati contro la Pubblica Amministrazione.

La seconda. Leggendo in questi giorni i giornali è stato possibile rilevare come non solo Minzolini, ma molti altri parlamentari abbiano qualificato la vicenda del voto al Senato come “una rivincita sulla magistratura e sui Pubblici Ministeri”. Questo perché, a comporre il collegio giudicante d’Appello c’era anche il Consigliere Giannicola Sinisi che nella XIII, XIV e XV legislatura (quando Minzolini non era in Parlamento) era stato parlamentare, prima per la Democrazia Cristiana, poi per l’Ulivo, rivestendo anche l’incarico di Sottosegretario. Al termine dell’esperienza politica Sinisi è stato, per alcuni anni, distaccato presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite e poi, rientrato in Italia, è tornato a fare il Magistrato. Secondo Minzolini, tale circostanza avrebbe contribuito a determinare il suo verdetto di condanna (“Nella corte d’Appello che ha capovolto la sentenza d’assoluzione di primo grado c’era un giudice che era stato in politica per 20 anni, si chiama Giannicola Sinisi, e ha fatto il sottosegretario all’interno del primo Governo Prodi. Questo è il giudice che mi ha condannato, capovolgendo un’assoluzione e che ha aumentato di sei mesi la richiesta del P.M.”: così Minzolini in Senato e alla stampa). Ora, non occorre più di tanto per evidenziare come tali affermazioni appaiano piuttosto deboli per argomentare una pretesa “persecuzione”, addirittura da parte dei Magistrati. Innanzitutto perché, a stare alle dichiarazioni dello stesso interessato, la ragione della sua condanna sembrerebbe essere ascrivibile a un diverso credo politico, piuttosto che ad un accanimento della magistratura (perché poi?). In secondo luogo, va evidenziato come la Corte d’Appello non sia un giudice monocratico, essendo composta da un Presidente e da due giudici a latere: dunque se anche Sinisi avesse avuto intenti persecutori contro Minzolini (per quale motivo? Solo per le diverse idee politiche? E perché Minzolini non lo ha ricusato?), gli altri due colleghi avrebbero potuto dissociarsi, mettendolo in minoranza e confermando la pronuncia assolutoria di primo grado. Quanto, poi, al fatto che il Collegio giudicante abbia aumentato di sei mesi la pena, rispetto alla richiesta del P.M., è agevole rilevare come ciò accada frequentemente in tutte le aule di giustizia, posto che il Giudice, nel decidere, non è ancorato alle richieste delle parti. Infine, la sentenza è stata confermata dalla Cassazione, che ha posto la parola fine sulla vicenda e nel supremo Collegio (cinque giudici) non risulta che sedessero “nemici” politici di Minzolini.

Terza considerazione. La legge Severino è stata votata dal Parlamento e richiede, necessariamente, o di essere applicata nei confronti di tutti, oppure, se non va più bene, di essere abrogata. Tertium non datur. L’escamotage dell’altro giorno sa di furbesco e, in un certo senso, ricorda il comportamento di Critone che suggeriva a Socrate di fuggire dal carcere, aggirando la legge in base alla quale il filosofo ateniese era stato condannato. Sappiamo che Socrate, uomo delle istituzioni, non fuggì ma preferì bere la cicuta.
Quarta ed ultima considerazione. La vicenda pone in rilievo, ancora una volta, l’annoso problema dei magistrati che lasciano la toga per fare politica. È del tutto evidente, infatti, che talune candidature, soprattutto se di magistrati particolarmente esposti e nel luogo dove hanno svolto la loro funzione, fatalmente appannino l’immagine di terzietà o di organi di giustizia che caratterizza la funzione magistratuale, riverberandosi sull’intera magistratura a causa dell’eco mediatica e delle speculazioni politiche che ne derivano. Non a caso il codice etico dell’Anm, all’art. 8, espressamente dispone che “il magistrato evita qualsiasi coinvolgimento in centri di potere partitico o affaristici”… e di “accettare candidature e di assumere incarichi politico-amministrativi… nel territorio dove esercita la funzione giudiziaria”. Peraltro, è del pari evidente come la Costituzione tuteli come incoercibile il diritto di elettorato passivo di ogni cittadino, compreso il magistrato, sicché sarebbe opportuno che a disciplinare compiutamente la materia fosse la legge. Va ricordato che recentemente l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura ha licenziato una risoluzione in materia, indicando alcune cautele e fornendo specifiche indicazioni al Legislatore per un futuro intervento legislativo. Tra queste: la preventiva aspettativa del magistrato che intenda candidarsi ed un ricollocamento del magistrato che non sia stato eletto o che abbia terminato il suo mandato elettorale lontano dalle funzioni giurisdizionali, magari agevolandone il transito all’Avvocatura dello Stato o in altri settori della Dirigenza Pubblica, a parità di retribuzione e di prestigio personale.

Superfluo rilevare che la Politica non ha ancora tradotto in legge tali indicazioni, ma ha continuato a ricercare la candidatura di questo o quel magistrato, salvo poi dolersi ipocritamente della relativa accettazione.
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Lunedì 20 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 17:40