Nuovi linguaggi: qnd la sintesi è in una faccina ke parla

Elaborazione fotografica di Max Frigione
Di mestiere faccio il linguista. Da oltre un quarto di secolo siamo immersi in una nuova fase della storia. I mezzi di comunicazione elettronici e digitali accompagnano capillarmente le nostre attività quotidiane: lavoro, studio, relazioni sociali sono caratterizzati dal ricorso costante ai nuovi media. Non si tratta solo, banalmente, della presenza pervasiva di tecnologia sempre più sofisticata nella nostra vita. La questione è molto più profonda, cambiano i comportamenti generali. La rete può incoraggiare l’aggressività, l’impazienza, le intromissioni ingiustificate nella vita altrui. Di fatto, si sono definite nuove regole e silentemente si è instaurato un insopportabile nuovo galateo comunicativo, che riducendo a poco o a niente gli argomenti da evitare in pubblico, sacrifica la discrezione e annulla il diritto alla riservatezza.

Accadimenti intimi e profondi (vita, morte, sesso, ecc.), perfino fatti in passato considerati tabù vengono sfacciatamente esibiti. Si preferisce il contatto con interlocutori plurimi alle interazioni con pochi o due soli protagonisti. Si creano di continuo (e di continuo si disfano) gruppi (social group) di comunicazione parentali, amicali, spesso costituiti da persone con scarsa o inesistente conoscenza reciproca, legate solo da momentanei interessi comuni. Ogni partecipante può immettere nel gruppo, a propria scelta, considerazioni o annunzi di tipo vario su cui sollecita il parere degli altri affiliati. Sono frequenti le affermazioni apodittiche, formulate senza il corredo di prove e senza argomentazioni valide.

Qualche anno fa a Umberto Eco fu attribuita un’affermazione che non aveva mai fatto, gli fu rimproverato di aver sostenuto che tutti coloro che twittano su Internet sono degli imbecilli. In realtà Eco aveva scritto una cosa ben diversa. Un tempo coloro che si interessavano di calcio potevano suggerire la migliore formazione possibile per la nazionale o per la squadra del cuore solo agli amici del bar dietro l’angolo; ora grazie ad Internet ciascuno può con la stessa sicumera divulgare al mondo la propria opinione su qualsiasi argomento, senza aver studiato e senza nessuna competenza. Si chiama «Speakers’ Corner» (in italiano “angolo degli oratori”) un’area di Hyde Park, a Londra, dove chiunque può presentarsi e parlare su qualsiasi argomento. Tradizionale esempio di democrazia lì, nella rete è diverso. Molti vi immettono ossessivamente i pensieri più diversi, a volte persino considerazioni minute sul proprio stato d’animo e sul proprio quotidiano: sono felice, ho indossato le scarpe nuove, ho fatto una corsa. A chi può interessare tutto ciò? E invece, paradossalmente, interessa. Siamo informati sul fatto che la notissima Chiara Ferragni ha aperto al suo cane Matilda, che «ha un papillon di Vuitton/ed un collare con più glitter di una giacca di Elton John», un profilo che il 9 aprile 2018 conta oltre 260mila seguaci. Capite? Centinaia di migliaia di individui, dopo aver appreso quale rossetto usa la mamma, quanti pannolini al giorno cambia il neonato che si chiama Leone (soprannominato dai genitori «babyraviolo»), bramano ogni giorno di sapere cosa pensa (?!) il cane della ingenua famigliola social. Può esserci stupidità più acuta? Naturalmente c’è chi in questo modo fa lauti guadagni.

E la lingua? Tutto questo ha riflessi sulla lingua che si usa nelle scritture digitali (studiata, con diverse prospettive, da Elena Pistolesi, Massimo Prada, Giuseppe Antonelli, Sergio Lubello, Lorenzo Tomasin), da lì molte forme passano alla lingua comune. Il lessico che usiamo riflette in modo diretto l’evoluzione tecnologica. Sono parole diffusissime Notebook, Iphone, Tablet, Kindle; dalla rete vengono tweet, con i correlati retweet e Twitter, Facebook, forward, tag (‘etichetta’) con il suo derivato taggare (‘etichettare, contrassegnare’), hashtag (composto da hash, nome del simbolo #, e tag), wiki con il suo correlato wikipedia, blog, blogger, blogosfera, customizzare nel significato di ‘adattare alle esigenze dell’utente’ (customer è ovunque, persino nelle università si misura la customer satisfaction, come se gli studenti fossero clienti a cui chiedere se sono soddisfatti del servizio ricevuto: i banchi nelle aule?, i libri nelle biblioteche?, la qualità dell’insegnamento?, gli spazi per le feste? Non sono cose identiche).

Dopo l’invenzione dell’alfabeto (di cui abbiamo parlato nella scorsa puntata di questa rubrica), dopo l’invenzione della stampa (che ha modificato radicalmente le modalità di conservazione e diffusione del sapere), l’avvento dei nuovi media ridefinisce in forme del tutto nuove le pratiche della scrittura. Nello scambio di messaggini e di posta elettronica prevale l’informalità eccessiva e immotivata. A volte manca l’allocutivo iniziale (“Caro Mario”…) e i saluti sono assenti o sostituiti da formule di finta vicinanza proprie del parlato (diffusissimo è “ciao”). La data non si usa mai, è automaticamente registrata dal mezzo. Ricordo un caso personale. Anni fa un collega a cui avevo mandato una mail che recava in alto le indicazioni di luogo e di data (come ero abituato a fare nelle lettere tradizionali su carta) mi confessò candidamente che trovava “minacciosa” la presenza di quelle indicazioni, come se io lo richiamassi al rispetto di alcune regole dello scrivere. In un certo senso aveva ragione: lettera cartacea e mail elettronica hanno regole formali diverse.

Nei messaggi elettronici sono comuni le abbreviazioni, inizialmente create per economizzare lo spazio, poi divenute marchio di socializzazione, codice condiviso. Abbreviazioni per troncamento («mate», «app»), per contrazione («cmq» per comunque, «nn» per non, «qnd» o «qd» per quando), per accostamento delle iniziali di due diverse parole («sa» per sto arrivando), sostituzione di «ch» con «k» (ki, ke, anke), non sempre dettata da ragioni di economia (kuando, kuore). Alcuni segni abbreviativi assumono significato proprio («x» vale «per»), anche in composizione (xché, xciò), da non confondere con «X» che vale «Christ» in «Xmas». Un professore di liceo mi ha rivelato di aver mal interpretato un cartello studentesco, pensava che scrivendo «Xmas» i suoi studenti alludessero alla Decima MAS della Regia Marina Italiana. I numeri e le lettere possono essere usati per il loro valore fonetico: «C 6» vale ci sei, «ogn1» vale ognuno. Sono omesse le parole che ricorrono con maggiore frequenza, articoli e preposizioni (le cosiddette parole grammaticali), la cui assenza contribuisce all’andamento telegrafico tipico dei messaggini. Di fronte alle tendenze che abbiamo elencato molti si chiedono se queste forme si possano accettare e se l’insieme configuri un sistema alternativo rispetto alla norma. La mia opinione è netta. Si possono accettare in un messaggino, vanno censurate senza eccezione se si manda una lettera formale, se si scrive un testo argomentativo o un riassunto, se si fa una domanda di lavoro, ecc. In questi casi non esiste tolleranza.

Nell’universo digitale è frequentissimo il ricorso alle “faccine” (definite anche emoticon con parola inglese e emoji con parola giapponese), pittogrammi particolari che stilizzano un’espressione facciale esprimendo emozioni come sorriso, broncio, pianto. Ogni sistema di posta elettronica prevede la possibilità di inserire nel testo videoscritto anche mani, labbra, occhi, cuoricini, capi di abbigliamento, occhiali, figurine di corpi che si abbracciano, danzano, battono le mani. Gli ultimi telefoni immessi sul mercato dalle due più note aziende del settore consentono di creare emoji personalizzati a partire da un selfie che si trasforma in un avatar in 3d (l’uso ripetuto dei forestierismi è intenzionale. Davvero può essere questo il nuovo italiano?). Si comunica con lo scritto e con le immagini, allo stesso tempo. Messaggio testuale e messaggio iconico risultano strutturalmente intrecciati, il destinatario deve decrittare i differenti livelli della comunicazione. Alla comprensione sequenziale (che nasce dalla lettura analitica dei contenuti in successione) si va sostituendo la comprensione simultanea (in cui si guarda l’insieme, senza indugiare nei dettagli).

È bene o è male tutto questo? Cosa significa per la scuola e per l’intera società? La questione è importante, merita una discussione seria. Ne riparleremo, abbastanza presto.


 
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Domenica 15 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:54