La solitudine di chi insulta Nadia Toffa

Cosa ci insegnano la vicenda e gli insulti piovuti su Nadia Toffa a proposito del suo libro “Fiorire d’inverno” in cui parla apertamente del (suo) cancro e della (sua) malattia? In una società che ha oramai definitivamente elevato a sacro il corpo come simulacro/sarcofago, involucro di un’anima sempre più sola e abbandonata, non stupiscono le invettive contro la “spettacolarizzazione della malattia”.
“Il tumore è un dono”: è la frase che ha destato scalpore. Per dirla con le parole di Jodorowsky (“Metagenealogia”, Feltrinelli), “chiunque pensi a se stesso come a individuo vivrà la prospettiva della propria morte con angoscia, ma se ci si considera come parte dell’umanità, si può vedere la propria morte come un sacrificio gioiosamente dovuto all’umanità futura”. Quale dunque la colpa della Toffa? Quella di essere cresciuta (anche grazie alla malattia) nella Coscienza di se stessa e dell’umanità in genere?
Siamo divenuti (o ci hanno trasformati?) masse di individui da manipolare attraverso la paura. È evidente come un corpo singolo si governa meglio e bene accetta le aberrazioni di uno Stato che diventa braccio armato contro i più deboli, i più fragili, i più malati. Di contro è cosa più difficile rispondere ai sogni e alle speranze di comunità coscienti con pensieri lunghi e cure adeguate.
Le comunità sono lacerate e ridotte a singoli individui a cui è stato insegnato il (dis)valore della cura (maniacale) del corpo, dell’affermazione di un’estetica senza etica, di una conoscenza che è imbottigliata dentro un hashtag e quattro parole (s)contate, da leggi che normano la difesa di Stati Nazione che vedono nella diversità la minaccia suprema.
Ma, sempre Jodorowsky ci dice che: “a mano a mano che il livello di Coscienza cresce, avvertiamo sempre di più il corpo perfetto come sensazione interiore che si sovrappone al nostro corpo reale (deformato). Si può vivere tale sensazione anche all’interno di un corpo mutilato, amputato, invecchiato, malato... Perché nella sensazione di sé non si è né brutti né belli”.
Ho incontrato, come tanti, la malattia nelle persone che più amavo. Ho vissuto la sensazione di una valanga senza fine, ho perso il respiro, ho invocato santi e dei, ho maledetto il giorno in cui sono stato messo al mondo, ho avvertito lo sprofondare senza meta. Nonostante ciò ho avuto l’onore di conoscere gente come Nadia Toffa, gente che ha rinunciato a se stessa e mi ha insegnato a vedere l’umanità oltre il proprio essere personale.
Spesso erano le persone malate a dare la forza a me (sano?) di guardare oltre al corpo, a guardare oltre il mio “albero genealogico” per incontrare la “foresta genealogica”.
Quando mio padre si ammalò, senza dire troppe parole, uscì dall’ospedale e andò a comprare una barca a vela. Mi sembrava completamente impazzito. Poi mi disse: quando le cose si mettono male punta l’orizzonte... Da quando la mia compagna ha preso in mano (letteralmente) il suo cuore, ogni mattina mi insegna l’importanza del ritmo collettivo di tanti cuori che battono insieme.
Chiunque vive una malattia ha questo incredibile sforzo da compiere: rinascere in una dimensione transpersonale. Chi oggi denigra la scelta di Nadia Toffa e di tanti che hanno deciso di parlare del male, dimostra una grande solitudine di cui, ahimè, la nostra società è la prima responsabile.
Quando anni fa, con Sergio Spina e per la Rai, preparammo un documentario per testimoniare i mesateliomi provocati dalla Fibronit a Bari, ci rendemmo conto che i più non volevano raccontare. Fino a pochi anni fa la malattia era considerata una sorta di punizione divina su cui era meglio tacere. Alcuni ebbero il coraggio (eroi?) di raccontare e denunciare. Oggi molti sono morti, ma altri non moriranno più.
Una società che ha accettato il fallimento della sua stessa deità (se sono fatto a immagine e somiglianza di Dio la malattia è il suo fallimento?) non può più generare eroi.
Gli Dei, del resto, abbracciavano pregi ma soprattutto difetti del genere umano, si arrabattavano in un mondo ingiusto e sofferente, poi c’erano gli eroi disposti a salvare l’intera umanità anche a costo di spogliarsi dei propri privilegi.
Chissà, forse è per questo che gli dei e gli eroi ci hanno abbandonato: avranno capito che preferiamo la solitudine di un selfie e l’agonia delle bolle sociali 2.0, alle imprese ardimentose alla ricerca dell’isola che non c’è.
Dal canto mio, ogni giorno, guardo fuori dalla finestra sperando di vedere volare un eroe che con i suoi superpoteri si porti via ogni male che affligge la mia famiglia o che, almeno, mi faccia sentire meno solo.
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Venerdì 28 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:19