Nel reddito di cittadinanza una filosofia ottocentesca

Nel reddito di cittadinanza una filosofia ottocentesca
Numeri che fan tremar le vene e i polsi, l’Unione Europea che manifesta la sua contrarietà, i timori per le valutazioni delle agenzie di rating, le preoccupazioni per lo spread. Vedremo come andrà a finire. Intanto, però, la maggioranza tiene duro. E a tenere sono soprattutto i Cinque Stelle, decisamente più esposti nella difesa delle misure di spesa che costituiscono il piatto forte, se non esclusivo, di questa manovra.

A cominciare dal reddito di cittadinanza, la più onerosa di tutte, ma anche quella che si è caricata di maggior valenza simbolica. Nelle intenzioni iniziali, anzi nel nome stesso, doveva trattarsi di una misura di carattere universalistico. Sei cittadino? Hai diritto a un reddito di base. Economisti radicali, come il belga Philippe van Parijs, che propugnano da trent'anni e più l'idea di un reddito minimo universale e incondizionato, hanno sostenuto che, in generale, l'accertamento di condizioni alle quali erogare il reddito si traduce inevitabilmente in una trappola per chi a quelle condizioni finisce in questo modo col rimanere vincolato: pur di non rinunciare al reddito, si preferisce restare nelle condizioni di svantaggio alle quali si ha diritto al sussidio. Se poi, in particolare, la condizione è la disponibilità ad accettare offerte di lavoro pur che siano, tra gli effetti non può non esservi un indebolimento della posizione del lavoratore sul mercato del lavoro. Per far passare il provvedimento e farlo stare nei 10 miliardi stanziati (in campagna elettorale la stima più prudenziale ne indicava 17, di miliardi), i Cinque Stelle hanno dovuto tuttavia accettare ulteriori rimodulazioni: restringendo la platea, vincolandolo all'accertamento di determinate condizioni economiche di svantaggio, dandogli per lo più il peso di un'integrazione al reddito, limitandone l'utilizzo sia nell'accesso ai beni acquistabili che nel tempo in cui il percettore potrà eventualmente fruirne.

Ciononostante, Di Maio e i grillini difendono - come dicevo prima: fin nel nome - la filosofia originaria del reddito di cittadinanza. Che per loro significa: spread o non spread, Europa o non Europa, mercati o non mercati, la politica deve fare premio sull'economia. In certo modo, il reddito di cittadinanza vale per i pentastellati come una variabile indipendente: quello che una volta, in altre stagioni di rivendicazione politica e sindacale, doveva essere il salario. Come la soddisfazione di una richiesta di aumento salariale non doveva essere vincolata (in linea di principio, se non di fatto) a inaccettabili considerazioni sulla sua sostenibilità, così ora l'adozione di un reddito di cittadinanza non deve essere subordinato al giudizio di un'agenzia di rating, o di un commissario di Bruxelles, o di Mario Draghi e della Merkel. La fraseologia è cambiata, e anche il punto di applicazione, ma il senso che si vuole dare al provvedimento non è molto diverso, anche se poi, nei fatti, si cercano forme di riduzione del danno o, se si vuole, di mediazione ragionevole o irragionevole che sia.

È per questo che la manovra così fortemente voluta dai Cinque Stelle pone alla sinistra una domanda cruciale, che va molto al di là delle schermaglie congressuali, dei posizionamenti tattici e delle rivalse personali. Perché non vi è dubbio che, sul piano almeno della politica economica, i Cinque Stelle sostengono una parte che in passato è stata assunta dalla sinistra massimalista, nelle sue varie declinazioni. Certo, è una parte dalla quale il centrosinistra si è progressivamente allontanato: votando a favore dell'Unione europea, pilotando l'ingresso nella moneta unica, sostenendo riforme pensionistiche e giuslavoristiche in cui né le pensioni né i posti di lavoro conservavano più, neppure simbolicamente, il valore di una variabile indipendente.

Ora la questione ritorna, con l'ingombro però del 30% circa di consensi raccolto dai Cinque Stelle. E l'urgenza di una scadenza elettorale - quella delle europee - che impone ai democratici di definire con nettezza il proprio profilo ideologico, prima ancora che politico. E dunque: si tratta di ristabilirsi sul terreno che i pentastellati hanno reso di nuovo praticabile, e di archiviare come una parentesi l'europeizzazione democratica e liberale perseguita (a volte persino con qualche eccesso di zelo) dalle leadership riformiste, o di considerare definitivamente spezzato il cordone ombelicale con la sinistra novecentesca? Forse questa seconda strada è oggi decisamente più stretta e impervia: è la strada ostruita dall'insuccesso del referendum del 2016 e poi dal fallimento del 4 marzo. Ma lungo la prima strada quale spazio politico ci sarebbe, vista l'identificazione profonda, di durata più che ventennale, del Pd e prima ancora dell'Ulivo con la stagione delle riforme? Non è dopo tutto ancora da questo lato che il centrosinistra dovrà, nonostante i rovesci dell'ultima stagione, provare a reinventarsi, o pensa di poter ripartire fianco a fianco col populismo moraleggiante e giustizialista di Di Maio?

 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Domenica 7 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:12