Coraggiosi si diventa: basta convolare a giuste nozze

Non devi avere una fidanzata che batta il piedino in attesa della proposta; né una moglie pronta a rinfacciarti che quindi sei pentito, dillo che vorresti tornare indietro; né una madre che ti ricordi che è ora di nipotini, basta con la vita da scapolo: per poterti permettere di dire la verità sul matrimonio, devi avere una copertura inscalfibile. E nessuna lo è più di: parlo in generale, io mica posso sposarmi, la mia carriera di capo della cristianità me lo impedisce.
Quindi, suscitando l’invidia di uomini che lo pensano ma sono costretti a tacere, Jorge Bergoglio l’ha detto: ci vuole un bel coraggio. Ci vuole un bel coraggio a dire «per sempre». Mica è normale, anche se facciamo finta che lo sia. Facciamo finta che il matrimonio sia quella cosa di secoli fa, quando la durata media della vita era meno della metà di adesso, e se dicevi «finché morte non ci separi» praticamente stavi dicendo «m’impegno a passare con te i prossimi weekend» (allora non esisteva il concetto di weekend, ma neanche esisteva quello di «impegno a lungo termine»: nel medio termine, si moriva tutti). Adesso, ci siamo convinti che l’eternità (quella su questa Terra, mica quella in cui crede il Papa) sia un nostro diritto.
In questi giorni, tra i commenti sui social network relativi alle morti celebri (le ultime delle quali in effetti premature per gli standard di questo secolo: il cantante George Michael aveva 53 anni, l’attrice Carrie Fisher 60), se ne trovano parecchi che ipotizzano, come conferma dell’inusitata crudeltà di questo 2016 sterminatore, una prossima morte di Elizabeth Windsor, regina d’Inghilterra. Ora, la sovrana in questione compirebbe 91 anni il prossimo aprile: con tutta la comprensione per le diverse regole cui sono soggette le icone e le personalità pubbliche e le figurine con un posto sicuro nell’album della storia, se morisse ultranovantenne il suo sarebbe un decesso prevedibile, fisiologico, certo non scioccante.
E invece lo è, perché abbiamo dilatato la percezione dei tempi accettabili. Acciocché nessuno strabili trovando prematura la tua morte, devi morire dopo aver compiuto almeno cento anni. E, se anche il matrimonio è diventato un impegno che si contrae sempre più tardi, sposarsi dopo i quarant’anni e dire «per sempre» in un’epoca in cui a quaranta non sei neanche a metà della vita prevista è, psicologicamente, un impegno devastante.
Poi certo, tutti gli adulti sanno che trattasi appunto di percezione psicologica. Di decidere di investire in un pranzo per gli amici e farsi fare delle belle foto e non avere problemi in caso di incidenti, ospedali, o anche solo bambini da portare in vacanza all’estero.
Ci si sposa perché è più semplice la gestione delle cose quotidiane, ma l’impegno psicologico lo si è già preso: l’impegno psicologico, quello che ci vuole un bel coraggio per contrarre, è il mutuo trentennale. Vivremo fino a cent’anni, ma potremmo morire domani – succede: un incidente, una malattia improvvisa, un imprevisto fatale. Il mutuo, invece: di quello davvero non ti liberi più. Cosa vuoi che sia un divorzio, in confronto a cofirmare ipoteche immobiliari.
Sharon Horgan, autrice di Divorce, la serie televisiva con Sarah Jessica Parker in onda su Sky Atlantic, sostiene che le fatiche del divorzio sono la principale ragione per cui si resta sposati: è troppo complicato andare da un avvocato, mettersi d’accordo sulla spartizione di figli e beni, spiegare che è finita a parenti e amici (pare che in America ci sia una percentuale altissima di divorziati che non hanno rivelato agli anziani genitori che il matrimonio è finito; mi chiedo, sempre per via dell’allungamento della vita media che non farà morire quei genitori per chissà quanto, per quanti decenni i poveri divorziati americani dovranno continuare a fingersi sposati a ogni Natale, per non deludere le aspettative).
Riepilogando. Rimandi finché puoi (finché la vita ti rende evidente che una carriera di Papa ti è preclusa), e alla fine – quando in Italia hai l’età della giovane promessa: una cinquantina d’anni – cedi: firmi un mutuo (che per almeno trent’anni non ti toglierai dalle incombenze); fai dei figli (che per almeno quarant’anni ti toccherà mantenere); e a quel punto ti sposi pure, sperando che in cambio degli antipasti di pesce gli invitati ti regalino quel televisore 90 pollici sul quale potrai finalmente vedere come clero comanda le partite. Di solito si ostinano crudelmente a regalarti cornici d’argento, e a quel punto rivaluti la comunione dei beni; l’hai fatta controvoglia, solo perché la sposa diceva che se non vogliamo dividere tutto ma proprio tutto allora che ci sposiamo a fare, ma almeno tornerà utile il giorno in cui dovessi divorziare: le cornici puoi lasciarle a lei.
I lettori più attenti avranno notato che, nel corso di questo articolo, per quella condanna terminale che è il matrimonio, ho usato il verbo «contrarre», lo stesso che si adopera per le malattie. Ma l’ho fatto con quell’empatia benevola e quell’affettuoso distacco verso quest’impegno che sono propri delle uniche due categorie immuni: anziane zitelle, e anziani prelati. E infatti, subito prima di dire «io li chiamo i coraggiosi, perché ci vuole coraggio per sposarsi e farlo per tutta la vita: bravi», Bergoglio aveva contestualizzato la questione rivolgendo «un saluto speciale ai giovani, ai malati, e agli sposi novelli»: tre categorie di sfortunati. «Coraggio», sembrava volerli esortare, con la serenità di chi sa di essere tutelato da quelle particolari disgrazie.
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Giovedì 29 Dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 14:19