Governo di tregua necessario per mettere al sicuro il Paese

Governo di tregua necessario per mettere al sicuro il Paese
La politica italiana del dopo 4 marzo è come una matassa aggrovigliata. Tra veti reiterati, ingiustificate pretese e capricciose rigidità, i partiti non riescono a dare prova di lungimiranza, né dimostrano di avere l’intelligenza necessaria a scegliere ed alimentare il confronto costruttivo sulle cose possibili da fare in un momento difficile per la vita del Paese.  Sembra di assistere ad una delle gag classiche dell’avanspettacolo con due che si incontrano e uno chiede: dove vai?, l’altro risponde: mi chiamo Mario. Parlarsi senza capirsi o dialogo tra sordi: è il trionfo dell’arroccamento distruttivo.

Il Movimento 5 Stelle non ha vinto le elezioni - è stato sì il partito più votato, ma dopo la coalizione di centrodestra - non ha i numeri in Parlamento per governare senza un’alleanza che, peraltro, non cerca perché l’obiettivo è un contratto per il governo, cosa ragionieristica, non politica, evidentemente.

Alla luce dei risultati elettorali senza un vincitore, i grillini avrebbero dovuto scegliere la via dell’apertura e del dialogo, invece fanno la voce grossa appena li si contraddice, dettano condizioni ad ogni pié sospinto, scomunicano il leader di Forza Italia, fanno la stessa cosa con Matteo Renzi salvo riabilitarlo in modo precipitoso quando un forno si chiude e cambia lo scenario, aggiustano il programma a seconda dell’interlocutore del momento (“Un’idea non è di destra né di sinistra”, è l’insegnamento del loro ideologo Gianroberto Casaleggio), in conclusione rivendicano per il loro capo politico Luigi Di Maio la poltrona di Palazzo Chigi, solo nelle ultime ore hanno provato a cambiare registro, mentre agli eventuali partner riservano un ruolo puramente ancellare. Ora vogliono andare subito al voto, comunque entro fine giugno o inizi di luglio, alzano i toni con Grillo che torna sulle barricate dell’antieuropeismo, pretendono che i loro tempi e le loro convenienze coincidano con le attese e le necessità del Paese. Ma non si può fare, se prevale il ragionamento, se non altro perché tornare alle urne senza aver prima cambiato l’attuale legge elettorale significherebbe riproporre una pericolosa situazione di stallo che finirebbe con l’indebolire le Istituzioni democratiche. E’ quello che vorrebbero i pentastellati?

Veti arrivano anche dal leader leghista Matteo Salvini che ancora una volta chiude le porte al Pd, ma cerca in extremis di rilanciare il dialogo con i Cinque Stelle proponendo un’intesa per un governo a tempo e su pochi punti programmatici in modo da tornare alle urne con una legge elettorale che preveda un premio di maggioranza per la governabilità. Offerta subito respinta al mittente da Di Maio che ormai parla di tradimenti e reclama il voto subito e basta. Richiesta alla quale all’ultimo momento si è accodato il leader leghista. È l’abbandono della politica e il ritorno della propaganda ad alzo zero.

Così la paralisi è servita.

Ora solo il presidente della Repubblica può tentare di sbrogliare la matassa con lo sguardo rivolto alle emergenze del Paese e nella consapevolezza che il voto tra poco più di un mese è una richiesta strumentale e dannosa. Ma in assenza di una maggioranza politica - come le consultazioni di ieri hanno confermato - al presidente Mattarella non resta che giocare la carta di un governo di scopo e/o istituzionale al quale, però, Cinque Stelle e Lega non intendono concedere il loro via libera per un tempo limitato e su pochi, precisi e irrinunciabili obiettivi: la nuova legge elettorale e le urgenze economiche da affrontare sia a livello nazionale (a partire dal disinnesco dell’aumento dell’Iva e da misure immediate per l’occupazione e la lotta alla povertà) che in Europa, dove si rende necessario l’intervento di un governo autorevole - come ha auspicato lo stesso presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani - per chiedere e ottenere la correzione della bozza di bilancio comunitario relativa al settennio 2021-2027 predisposta dalla Commissione Junker, fortemente penalizzante per l’Italia e, in particolare, per tutto il Mezzogiorno. Se l’impostazione del documento Ue dovesse essere confermata, e un’Italia indebolita dalle sue divisioni aprirebbe la strada a questo esito, solo la Puglia perderebbe 500 milioni di euro di risorse per la coesione territoriale (taglio di contributi per un miliardo e 200 milioni in tutte le regioni del Sud). Altro settore gravemente danneggiato sarebbe l’agricoltura, insostituibile punto di forza dell’economia nazionale e meridionale.

Buonsenso e spirito di servizio nei confronti del Paese dovrebbero indurre le forze politiche a sotterrare l’ascia di guerra e a sedersi intorno ad un tavolo non per annacquare le differenze, che sono il sale della democrazia, ma - in uno stato di palese necessità, che solo menti annebbiate da egoismi di parte possono non cogliere - per decidere insieme le cose da fare subito e come farle nell’interesse di tutti.

Si tratterebbe di sancire una breve, ma salutare, tregua, di far prevalere il ragionamento sulle invettive, di capire che il bene del Paese è più importante del bene di un partito e che i cittadini nei momenti cruciali, a differenza di quanto immaginano e credono i venditori di fumo, sanno distinguere e scegliere tra chi opera tra le difficoltà per trovare soluzioni e risolvere i problemi e chi quelle difficoltà preferisce coprirle sotto una coltre di terra, facendo finta che non esistano, o nasconderle sotto un fiume di parole vacue, ripetute sino alla noia.
Nelle prossime ore si potrà capire sino in fondo quale piega prenderà la situazione politico-istituzionale, anche se il tempo sembra volgere al peggio. Il presidente della Repubblica ha già fatto sapere di essere pronto a mandare in Parlamento per la fiducia un governo neutrale che possa gestire una scadenza elettorale ravvicinata (si parla della metà di luglio o di settembre) in caso di bocciatura. Un’eventualità più che probabile alla luce delle prese di posizione delle due forze politiche protagoniste di una fase postelettorale convulsa e inconcludente.

E’ difficile immaginare che ci siano i margini per un ripensamento in extremis: servirebbe un gesto di responsabilità di tutti i partiti per favorire una convergenza temporanea su un’agenda programmatica limitata, quanto rispondente alle priorità degli italiani. Ma la situazione politica ormai si muove su un piano inclinato che porta verso una rottura dannosa e senza prospettive.

“Ho poche idee, ma confuse”, diceva Ennio Flaiano. Poche idee possono anche andar bene, soprattutto in un passaggio tortuoso della vita politica nazionale, purché abbiano il dono della chiarezza e della fattibilità. Purtroppo, alle poche idee in circolazione oggi si aggiunge la confusione più totale. E il Paese continua a soffrire.


 
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Martedì 8 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 16:19