La troppa luce rischia di accecare anche il Salento

Molti, quando camminano, guardano alla propria altezza o tengono lo sguardo ancora più basso: i pericoli, quando attraversi o quando abbandoni il marciapiede, non vengono da su, ma dal mondo parallelo alle nostre gambe. Anche andare in macchina o in moto o in bici non aiuta a guardare in alto: le cose avvengono in un campo visivo dove si impone lo sguardo basso sulle cose. Eppure basta che gli occhi puntino in su e una sensazione diversa prende forma nel passante: ogni tanto, per un breve attimo, il cielo riesce a comunicarci la sua esistenza e, insieme, ad alleggerire il peso del nostro affaccendamento mondano.
Non so quanto duri esattamente, perché le gambe non si bloccano in quella visione: solo la mente lo fa, quando è costretta ad ammettere – talvolta con sentimento che si potrebbe persino chiamare gioia – che, da queste parti, la luce è una componente decisiva della vita. “Per troppa luce” è il bel titolo dell’ultimo romanzo a sfondo salentino dello scrittore Livio Romano, ed è un’indicazione strategica per capire perché, nonostante il cielo tonico e pieno di continui spettacoli di nuvole mosse dal vento, noi alziamo lo sguardo solo di rado sopra di noi.
Oltre a ciò che temiamo come normali terrestri (gli incidenti, il traffico, il ritardo agli appuntamenti), da queste parti abbiamo timore di un elemento che alla maggioranza degli italiani è precluso: il carattere della luce talmente colmo da risultare a volte abbacinante. A volte lo capiamo anche quando siamo in automobile: una sciabolata di luce rossa taglia i nostri occhi, e ci obbliga a schermarci con il piccolo parasole di dotazione.
Quando siamo investiti da un’immensa campana di luce mentre camminiamo, la sensazione non è che il mondo abituale scompaia: noi sappiamo che il cielo coesiste con il resto delle cose, e che esse possono essere anche spiacevoli, specie in questo periodo di confusione estrema nella direzione collettiva. La città risente del nervosismo dell’epoca e, in questi giorni, anche dei traffici natalizi e dell’aumento inevitabile dei consumi e quindi degli spostamenti. La luce porta lo sguardo verso l’alto e, anche se noi sappiamo che la nostra vita si svolge qui giù tra gli affari del mondo, qualcosa che traduciamo con “bellezza” si espande provvisoria nel nostro sguardo. Sarà perché è tutto azzurro e sgombro, così intenso da sembrare un cielo colorato da un pennello digitale, oppure perché c’è giusto una nuvola bianchissima che pare ferma nel vuoto, oppure perché una nuvola talmente nera da sembrare esplodere ingabbia due nuvole piccole e poi le ingloba, o sarà ancora perché il cielo si divide in una furibonda guerra tra chi esige tempesta e chi comanda il sereno: fatto sta che, per un attimo, siamo in una diversa condizione percettiva.
Quando poi, in qualche modo rinfrancati dalle nostre brevissime visioni, rimettiamo lo sguardo a terra, la “troppa luce” continua a fare il suo lavoro: la chiarezza su quanto ora vediamo è estrema, la consapevolezza è totale. Ogni azione umana che si esprime per conto di tutti è sottoposta a un silenzioso giudizio, e così il disporsi della città al suo abitante: il basolato brutalmente commisto all’asfalto, l’assenza di luoghi di riparo dalle automobili per chi decide di andare a piedi, la mesta sparizione della vita botanica nello spazio urbano si accompagnano alle visioni della bellezza quando la bellezza è curata, quando lo sguardo ricava una sensazione di armonia dai palazzi e dalle architetture che, se gli si presta un minimo di attenzione, rimettono l’archivio della memoria a disposizione di tutti. La “troppa luce” non impedisce di cogliere i miglioramenti insieme all’incuria, così come gli sforzi innovativi insieme alle diffuse malversazioni. Quando una città esiste prevalentemente nella dimensione dell’arte, ogni sciatteria si evidenzia implacabile, ma è tuttavia l’avarizia il peccato capitale urbano di questo territorio. L’avarizia è quella nei confronti della natura: per guardare in alto abbiamo bisogno di indicatori che ci aiutino a risollevare la vista. Mancano gli alberi dalle nostre parti, e manca la natura in genere. Il secolo scorso ha rappresentato l’apoteosi della sostituzione della natura con manufatti: le città sono state trasformate in spazi adatti alla circolazione delle merci e dei mezzi, le unità abitative si sono addossate l’una all’altra, ogni centimetro edificabile è stato saturato. Il verde, per cattiva coscienza, non è stato eliminato del tutto ma è stato rinchiuso in spazi geometrici regolari, dove il rapporto con la natura è determinato dal laterizio che la imprigiona e l’albero, la pianta e l’erba sono diventati ghirigori adornativi, vietati al passeggio e al contatto. Non è questa la direzione che stanno prendendo i progetti urbanistici più innovativi del nostro tempo. È esattamente contraria: il verde deve potersi infilare in ogni anfratto antropizzato, in ogni posto che l’uomo della tecnica ha ideato per simboleggiare il dominio della modernità sulla natura. Gli edifici possono prendere la forma di un ecosistema, e la vita umana stessa può svolgersi in una riconquistata relazione con il verde. La città botanica non è un’utopia, è una necessità. Per noi che viviamo nella “troppa luce” è più difficile da capire che per altri terrestri: il colore dei palazzi, dei monumenti e delle piazze cambia secondo la volontà imposta dai cromatismi del cielo, e la luce modella gli ambienti simulando una natura delle cose che sembra poter fare a meno di una natura autentica. Non è così: anche i pittori e gli artisti salentini di cui si tratta nelle pagine culturali di questo giornale hanno lavorato nella “troppa luce”, ma non per questo hanno scordato di registrarne gli inganni e i giochi illusionistici. Senza il correttivo della prorompente natura del territorio, la bella città rischia di implodere in un giochino turistico retorico, privo di prospettiva. Bellezza e avanguardia è un binomio obbligatorio, se vogliamo sfuggire al seducente inganno della troppa luce.
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Lunedì 26 Dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 17:06