Interventi più incisivi per il Sud a cominciare dalle Zes

Interventi più incisivi per il Sud a cominciare dalle Zes
Ci sono luci e ombre nella situazione economica del Mezzogiorno quale risulta dal Rapporto annuale della Svimez presentato martedì mattina a Roma alla Camera dei Deputati. Cominciando dalle luci, esse riguardano i segnali di ripresa, manifestatisi a partire dal 2015, confermati dai dati del 2016-2017 e dalle previsioni per il 2018. Questi dati indicano un tasso di crescita annuale del reddito nel Mezzogiorno che si colloca all’incirca all’1% - e forse un po’ al di sopra di questa cifra - come nel resto dell’Italia e segnalano anche una certa ripresa dell’occupazione, benché a crescere, per ora, siano soprattutto i contratti a tempo determinato.

Ancora più significativo è il fatto, che era stato già segnalato all’inizio di quest’anno nel Rapporto annuale della Fondazione Ugo la Malfa-Area Studi Mediobanca, che nell’ultimo biennio è migliorato in misura significativa l’andamento del comparto delle imprese industriali del Mezzogiorno. Dal Rapporto – ed ora dai dati della Svimez - emerge in particolare che le imprese di media dimensione localizzate nel Mezzogiorno, pur ridottesi di numero di almeno il 25% a seguito della crisi del 2008, hanno andamenti molto simili a quelli delle imprese di analoga dimensione del Nord Ovest e del Nord Est: hanno notevoli capacità di esportazione e risultati economici complessivamente positivi.

Queste sono le luci. Dunque, si potrebbe dire, sulla base dei dati della Svimez, che il peggio è passato rispetto alla situazione difficilissima che il Sud ha sperimentato a partire dal 2008 e che vi sono le premesse per degli ulteriori miglioramenti negli anni a venire. Si tratta di un dato importante che è giusto mettere in evidenza, senza però dimenticare le ombre che riguardano due aspetti altrettanto importanti su cui giustamente si sofferma la Svimez.

Il primo è che la ripresa italiana è all’incirca pari alla metà della ripresa che contemporaneamente si registra nell’area dell’euro, e cioè che noi non riusciamo ad inserirci pienamente nelle condizioni favorevoli dell’economia mondiale e dell’economia europea. Dunque, vi sono fattori di debolezza nell’economia italiana che andrebbero identificati, affrontati e risolti. Il secondo è che non bisogna dimenticare che la ripresa attuale è comunque un piccolo passo rispetto al potenziale produttivo e al reddito persi a partire dal 2008. Per rendersene conto, basta osservare che, ai tassi di crescita attuali, il Sud tornerebbe (o tornerà) ai livelli di reddito pro-capite pre-crisi solo nel 2025. Qualche volta non ci si rende conto pienamente della portata drammatica di queste cifre: esse significano che l’Italia si prepara, se le cose non cambiano, a perdere venti anni per ritrovarsi a metà degli anni venti con i livelli di reddito del 2005-2006. Avremmo praticamente perso 20 anni e condannato una generazione di cittadini del Mezzogiorno a condizioni di vita più basse di quelle dei loro predecessori. Non è un caso se si ha il senso che in questi anni vi sia stato un degrado delle condizioni di vita civile nel Mezzogiorno.

Da questa esposizione delle luci e delle ombre che emergono dalla lettura del Rapporto Svimez, ne segue una conclusione principale ed è che non si possono assolvere le politiche economiche seguite in questi anni. Esse sono state inadeguate rispetto alla portata dei problemi ed all’aggravamento che si stava determinando nelle condizioni economiche del Paese e in esso delle regioni del Mezzogiorno. Naturalmente un giudizio così severo va ulteriormente circostanziato. Ormai la politica economica dei paesi dell’area dell’euro non è più affidata interamente alle istituzioni politiche nazionali. Manca la sovranità monetaria, trasferita alla Bce che solo dall’inizio del 2015 ha cominciato una politica di attivo sostegno alla ripresa economica, manifestatosi nella forte, quanto tardiva, svalutazione dell’euro e nell’acquisto di titoli dei vari paesi che ha portato all’abbassamento dei tassi di interesse. E manca anche largamente la sovranità fiscale, fortemente condizionata dai vincoli sui bilanci pubblici e dalla testarda insistenza da parte delle autorità europee sulla priorità del riequilibrio dei bilanci pubblici, anche a scapito della ripresa economica.

Difficile dire - e non è questa la sede per farlo - quali sarebbero state le conseguenze se il governo avesse deciso di non limitarsi a criticare quelle regole ed avesse invece preso l’iniziativa di discostarsene in maniera significativa. Non avendo esplorato questa strada, non possiamo sapere se essa era fattibile, se la situazione del debito pubblico era tale da non consentire alcun azzardo o se invece sarebbe stato possibile sostenere con un deficit più forte la ripresa e, ottenutala, rientrare più rapidamente verso il pareggio del bilancio. Certo si sono persi molti anni e si è distrutto un tessuto produttivo che non sarà facile ricostruire.

L’Italia, come è stato scritto molte volte e come ha giustamente ripetuto ieri il Presidente della Svimez, il professor Giannola, avrebbe avuto bisogno, ed avrebbe ancora bisogno, di crescere per qualche anno a ritmi consistenti, almeno dell’ordine del tre per cento l’anno e di crescere a questo ritmo in modo bilanciato fra Nord e Sud. Solo così potremmo recuperare il tempo e il terreno perduto ed attenuare il nodo scorsoio costituito dal rapporto debito pubblico-Pil. Illudersi che questo nodo si possa allentare crescendo dell’1%, in una fase in cui si avvicina la fine delle politiche monetarie espansive, significa fare correre all’Italia il rischio, che ora non è più astratto, di un aggravamento della situazione in coincidenza con una ripresa dei ripresa dei tassi di interesse rispetto ai livelli che sono stati garantiti in questi anni dal Quantitative easing.

Nei mesi scorsi il governo ha iniziato a prefigurare la possibilità di utilizzare dei nuovi strumenti la cui esigenza era stata anch’essa sottolineata nel Rapporto della Fondazione La Malfa-Mediobanca: in particolare esso ha previsto in un decreto-legge l’istituzione di zone economiche speciali (Zes) nelle quali concentrare gli investimenti in infrastrutture e facilitazioni fiscali e creditizie che potrebbero effettivamente dimostrarsi efficaci. Se si perseguisse con coerenza questa strada, si potrebbe dare una svolta rispetto all’inerzia di questi anni. Sulle Zes mancano ancora - e sono indispensabili - i decreti attuativi e la specificazione operativa di queste idee. Quello che è certo che se non si mette in modo una politica organica di sostegno degli investimenti industriali e se non si mettono risorse economiche adeguate a disposizione di queste iniziative, tutto verrà lasciato alla ripresa spontanea che, come si è detto c’è, ma è molto fragile e sicuramente insufficiente.
Bisogna evitare ad ogni costo il rischio che ci si addormenti sulla compiacimento per essere usciti dalla fase più dura della crisi. Bisogna insistere perché si vari una politica incisiva di interventi infrastrutturali nel Mezzogiorno tali da rendere possibile consolidare i segnali di ripresa dell’economia privata. Fermarsi ai risultati della congiuntura sarebbe un errore tragico. Sta per iniziare una nuova legislatura. Essa dovrebbe essere caratterizzata da una ripresa in grande stile delle politiche meridionalistiche.
 
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Giovedì 9 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 14:09